Il bisogno di fiducia e il fardello di Pfister

C’è stata qualche perturbazione, ma la rotta nella difesa aerea non cambia. La questione del mancato prezzo fisso è stata più volte evocata nell’attesa discussione in Parlamento sugli F-35, senza tuttavia condizionarne l’esito. Il Nazionale ha confermato il supplemento di credito di 400 milioni di franchi, rispetto ai sei miliardi già decisi dal popolo nel 2020. Con questo extra dovuto al rincaro e che rientra nel tetto di spesa ammissibile, la Confederazione potrà acquistare almeno una trentina dei 36 aerei previsti nel progetto originario. Tutto quello che si discostava dai piani governativi è stato respinto; dalla richiesta di ulteriori 650 milioni di franchi per comprare i sei velivoli mancanti a quella, opposta, di congelare le nuove ordinazioni in attesa di trarre insegnamenti dalla vicenda del prezzo fisso. Nulla di più nulla di meno. È passata la linea del Governo.
«Non si fa quello che è militarmente auspicabile, ma ciò che è finanziariamente fattibile» è stata la sintesi del «ministro» della Difesa Martin Pfister, mosso da due preoccupazioni: assicurare il maggior numero di aerei possibile con i mezzi a disposizione, fissati dal mandato popolare, ma anche avere un dibattito obiettivo sul rapporto pubblicato negli scorsi giorni, che secondo il consigliere federale grava sugli sforzi sin qui fatti dal suo dipartimento per rafforzare la fiducia. Una fiducia, sia ben chiaro, incrinata dagli errori commessi dai passati vertici politici della Difesa e dell’armamento, che hanno fatto credere a più riprese di aver negoziato condizioni di favore con gli USA e che già prima degli F-35 sono stati al centro di altri casi controversi di gestione degli investimenti. Ma per quanto esente da colpe e per quanto pesante sia l’eredità lasciatagli da colei che lo ha preceduto, spetta ora allo stesso Pfister – e naturalmente al Consiglio federale – l’arduo compito di ristabilire questa fiducia. A maggior ragione adesso, che l’esercito intende effettuare grossi investimenti per recuperare il terreno perso durante il trentennio dei «dividendi della pace» post Guerra fredda e reclama mezzi per fare fronte alle nuove minacce. Senza fiducia nella capacità della Difesa di spendere i soldi in modo oculato non si va da nessuna parte. Ogni passo falso e ogni episodio che suscita sospetti diventano un facile pretesto per chi si batte contro la difesa armata o chi, guidato dal principio della speranza (che non succeda nulla), preferisce spendere il meno possibile, in modo da conservare le risorse per altri compiti. I titoli dei giornali degli ultimi giorni non hanno lesinato termini come «fiasco» e «débâcle».
Il tempo non gioca a favore di Pfister. Già la settimana prossima il Consiglio degli Stati dovrà decidere su un piano di finanziamento di 24 miliardi di franchi spalmati su 18 anni, e che prevede anche un aumento dell’IVA. Il Nazionale ne discuterà in dicembre. Ci sono buone probabilità che il progetto vada in porto in Parlamento. Ma il vero test sarà quello popolare, nel 2028, quando bisognerà convincere l’elettore contribuente non tanto del peggioramento della situazione geopolitica ma che l’aggravio fiscale sarà gestito in modo efficiente e in linea con i piani. La preoccupazione del «ministro» è quindi più che giustificata. Ma se Pfister vuole di più deve anche fare di più per mettere ordine nel suo dipartimento e per attenuare la diffidenza che ancora serpeggia nella politica e nell’Amministrazione. Ben inteso, la questione centrale della sicurezza non dipende solo dal capo del DDPS. Anche il Consiglio federale, che oggi appare tutto fuorché compatto sulle priorità in termini di difesa, dovrebbe fare la sua parte. Da ristabilire non c’è solo la credibilità di un dipartimento, ma anche di un apparato difensivo che negli ultimi anni è stato improvvidamente trascurato. Da sinistra si parla intanto di «scandalo Mirage 2.0» e si invoca una commissione parlamentare d’inchiesta, come quella istituita negli anni Sessanta per i grossi superamenti di spesa nell’acquisto degli aerei francesi. In quel caso la CPI servì: il Parlamento accettò la proposta di ridurre i velivoli da 100 a 57 e ci furono conseguenze per i vertici militari dell’epoca: il capo dell’aviazione venne sospeso, il capo dello stato maggior generale fu sollevato dalle sue funzioni e il consigliere federale Paul Chaudet rinunciò a un ulteriore mandato. Ma stavolta, oltre al fatto che tutti i protagonisti della vicenda F-35 hanno già preso altre strade, non si vede quale possa essere l’utilità concreta di un’inchiesta, se non il pretesto per chiudere una battaglia politica in corso da cinque anni, compromettendo chissà per quanto il rinnovo della flotta e la ricostruzione di tutta la difesa aerea.
