Il commento

Il «sogno» di lavorare per lo Stato

Se il sogno di una generazione è lavorare per la pubblica amministrazione, qualcosa non sta funzionando
© CdT/Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
16.07.2026 06:00

«Il mio sogno è lavorare per il Cantone». L’affermazione, di qualche anno fa, è di una giovane studentessa dell’USI (Università della svizzera italiana). Una frase che mi aveva colpito. E non in positivo. Essendo cresciuto, anche professionalmente, nel settore privato, ho sempre considerato quello pubblico, inteso come amministrazione - esclusi quindi i servizi fondamentali che uno Stato è chiamato a garantire (scuola, polizia, sanità, trasporti, approvvigionamento energetico e Giustizia) - qualcosa per chi «non sogna». Nel gergo anglosassone si parla di «dead-end job» per definire, un po’ spregiativamente, un impiego senza prospettiva di carriera. Certo, l’impiegato della pubblica amministrazione non fa un lavoro umile, ma non è nemmeno una forza produttiva: il suo è un servizio, fondamentale per il buon funzionamento della società.

L’episodio della studentessa mi è tornato in mente leggendo un recente contributo di un'altra USI, l'Unione svizzera degli imprenditori, che fotografa un’evoluzione preoccupante del mercato del lavoro elvetico tra il 2010 e il 2024. Stando ai dati dell’Ufficio federale di statistica analizzati dall’USI, la crescita occupazionale nei settori privati orientati al mercato, come informatica, servizi alle imprese e industria, è stata sostenuta quasi esclusivamente da lavoratori stranieri, mentre i cittadini svizzeri si sono orientati piuttosto verso il settore pubblico e parapubblico, in particolare sanità e amministrazione. In termini assoluti si parla di oltre 300 mila occupati stranieri in più nel periodo, contro circa 200 mila svizzeri, questi ultimi concentrati però nei comparti considerati «protetti». Sul piano regionale, il Ticino conta circa 9 mila dipendenti, di cui quasi 4 mila (ETP) in funzioni prettamente amministrative, esclusi quindi docenti, forze dell’ordine, magistrati e personale sanitario - pari a quasi il 2% del totale degli impieghi disponibili in Ticino. Breve inciso: mentre si può capire e anche giustificare, pensando alla popolazione che invecchia, la corsa verso ospedali e cliniche, quella verso gli uffici statali, il cui numero (e relativa spesa) è tendenzialmente in crescita, pone qualche interrogativo. Al punto da evocare la celebre legge formulata negli anni Cinquanta dallo storico britannico Cyril Northcote Parkinson: nelle amministrazioni pubbliche, il lavoro tende a espandersi fino a occupare tutto il personale disponibile. E poi a richiederne altro.

Ma perché i lavoratori locali abbandonano il settore privato? L’analisi dell’USI cita la sicurezza dell’impiego, il vantaggio competitivo culturale e linguistico degli svizzeri nelle pubbliche amministrazioni e la minore pressione concorrenziale. Tutto legittimo e ragionevole. Manca però un elemento fondamentale: la questione salariale. In determinati settori privati, soprattutto quelli a basso valore aggiunto come il commercio al dettaglio, la logistica, l’edilizia e la ristorazione, i salari sono stagnanti e le prospettive di carriera limitate. Inoltre, nelle regioni di frontiera come il Ticino, la concorrenza di manodopera estera comprime ulteriormente i salari - e non solo nei mestieri meno qualificati. Insomma, il cercare «rifugio» nello Stato non è sempre una «scelta» in senso stretto, bensì una risposta spesso razionale a condizioni di lavoro che nel settore privato non attraggono più i residenti. Una forma silenziosa di «selezione al ribasso», potremmo dire. Non è un caso, del resto, che l’USI stessa osservi come gli stranieri che scelgono di emigrare siano tendenzialmente più propensi a lavorare in ambienti competitivi e ad accettare condizioni più esigenti. Detto altrimenti: se il settore privato seleziona chi è disposto ad accettare di più con meno, non stupisce che i residenti cerchino altrove.

Il problema è che questa evoluzione ha un costo collettivo. Va ricordato che di per sé lo Stato non produce ricchezza, semmai la redistribuisce. E può farlo perché lavoratori e imprese del settore privato pagano le imposte che lo finanziano. È il fondamento del patto sociale: i cittadini delegano allo Stato, tramite il fisco, una parte delle loro risorse in cambio di sicurezza, diritti e servizi. Se la quota di chi produce si restringe e quella di chi amministra cresce, il sistema perde equilibrio. E se il sogno di una generazione è lavorare per lo Stato, qualcosa non sta funzionando.