La cultura del sospetto che inquina la società

L’ipotesi dell’intervento di terze persone nella morte della 52.enne nel Ceresio a Melide, fino alla prova del contrario, è stata esclusa dall’autopsia e dalle analisi fatte fino ad oggi sulla salma della donna. Questo è un fatto, non una suggestione di fine estate canicolare. Un altro fatto è che la stessa donna era stata colei che aveva reso pubblici gli audio con protagonista il consigliere di Stato dimissionario Claudio Zali, intento a suggerirle di usare violenza su un’altra donna, presunta stalker e pure quest’ultima in passato legata in qualche modo a Zali. Lui, candidamente, aveva ammesso di averla «pestata» ed era arrivato a prospettare uno scenario per non sporcarsi le mani, tramite «un amico di Milano che mai lo tradirebbe». Una situazione che, seppur a settimane di distanza, mette ancora i brividi. Ma da qui a costruire in maniera artificiale, senza riscontri oggettivi e finanche fantasiosi, un thriller sull’onda della cronaca nera assegnando presunte responsabilità (che sfocerebbero pesantemente nel penale) ce ne corre. Tra gli elementi che restano misteriosi c’è l’autore e il movente della presunta aggressione e delle percosse che la 52.enne avrebbe subito qualche giorno prima della morte nel lago. La denuncia parla di un uomo e questa inchiesta, seppur concernente la stessa donna, è slegata dalle verifiche sull’annegamento.
Puntare l’indice e con l’altra mano nasconderlo, con la tattica del «dico e non dico», ma facendo filtrare il sospetto di collusione da parte di Polizia e Ministero pubblico appare un esercizio assolutamente riprovevole. Non si capisce il perché della corsa al sensazionalismo che si è vista in Ticino nelle ultime settimane. Noi vogliamo riconoscere alle autorità piena autonomia e capacità nel venire a capo di un dramma che in prima battuta ha colpito dei familiari che meritano rispetto. E diciamo pure che solo nelle puntate di CSI in 45 minuti si risolvono casi difficili individuando immediatamente esecutore, movente e mandante. Nella realtà il tutto avviene secondo altri tempi. È inutile forzare per arrivare primi. Anche perché poi, di fronte ai fatti, occorre innestare la marcia indietro. Qui non è in discussione il diritto di porsi domande. È in discussione il metodo con cui si cerca una risposta. Una coincidenza può essere un elemento da verificare, non una prova. Un collegamento può apparire plausibile, ma resta tale finché non è sostenuto da fatti e riscontri. Il resto appartiene al terreno delle supposizioni.
In una comunità piccola come la nostra il rischio è persino maggiore. Le persone si conoscono, le voci corrono e basta una frase lasciata a metà per costruire un racconto intero. Poi quel racconto diventa convinzione, la convinzione si trasforma in accusa e l’accusa, rimbalzando da un telefono e da un social all’altro, assume il peso di una verità. Ma la verità non si decide a maggioranza e nemmeno sulla base del clamore. La trasparenza significa spiegare ciò che si può spiegare e non colmare con l’immaginazione ciò che le indagini non hanno chiarito. Il Corriere del Ticino in quei giorni di forte trasporto emotivo ha deciso di non cavalcare la fin troppo facile onda dell’indignazione finalizzata a costruire storie senza prova alcuna. Oggi, piaccia o meno, le cose stanno come le ha descritte chi le cose le ha appurate. Chi siamo noi per giungere a conclusioni diverse?
Quando la materia si fa tremendamente delicata, e questa lo è, troviamo corretto fare un passo indietro. Questa la possiamo descrivere come «civiltà democratica», che è molto lontana dal modo di fare forcaiolo di chi spara sentenze e sollecita con disarmante faciloneria dimissioni a destra e a manca. Un fanatismo che non risparmia nessuno, men che meno il terzo potere. Ma, sia ben chiaro, libertà di parola e di (metaforicamente parlando) «forca» in libero Stato. Ognuno poi, altrettanto liberamente, si costruisce la propria idea e la propria opinione.
Sta di fatto che la cultura dell’odio si alimenta con la cultura del sospetto. E che inaccettabili e incivili scritte, come quella con al centro il termine «femminicidio» e «assassino» apparsa a Bellinzona sotto il «ponte» che collega Palazzo delle Orsoline con il Palazzo amministrativo, ne sono la triste conseguenza. Con forza e determinazione ci chiamiamo fuori da questo modo di fare. Altra storia con tanto di prove e fatti è stata la situazione che ci ha indotto a riportare con trasparenza gli audio con la voce di Claudio Zali. Questi, su una pagina social, dovevano essere conosciuti al pubblico. Poi hanno portato alla sola logica conseguenza per colui che tra poche settimane verrà chiamato ex consigliere di Stato. Ma sia ben chiaro: non abbiamo nulla di cui vantarci. Fondamentalmente stiamo osservando le due tristi facce della stessa medaglia. Una medaglia che nessuno dovrebbe voler mettersi al petto.
