La fatica di dire un semplice «grazie»

Siamo ancora capaci di dire «grazie» a qualcuno che ci ha aiutato, sostenuto o semplicemente regalato un sorriso in grado di generare in noi un picco di serotonina (l’elemento chimico alla base del buon umore)? C’è poi il concetto di riconoscenza, che arriva spesso tardi, quando ormai non serve più a chi avrebbe dovuto goderne per merito. Capita talvolta che il timore di esprimersi nel corso della vita dell’uomo o della donna tanto virtuosi, spingano il plauso così avanti, giungendo finanche dopo il decesso. Facciamo pure gli scongiuri del caso augurando una vita il più gioiosa e lunga possibile a chiunque, ma sappiamo che la morte è parte del processo della vita. La riconoscenza può arrivare anche dopo forti litigi, dopo silenzi, finanche un cocciuto orgoglio tenuto in piedi solo per effimera gloria personale. Dire grazie sembra facile, invece è una delle cose più difficili, anche perché può essere interpretato come il fatto di non essere bastato a te stesso ma a chi ti ha atteso, sopportato o perdonato. Riconoscenza non è genuflessione, bensì sincera umanità. Ringraziare è qualcosa che i genitori insegnano sin da piccoli ai propri figli, ma spesso vale il detto «predicare bene e razzolare male». I bambini lo pronunciano senza neppure rendersi magari conto del senso compiuto del termine.
Gli adulti di menticano spesso di pronunciarlo perché forse lo reputano troppo infantile. O forse perché quando il «grazie» dovrebbe farsi sostanza, memoria, riconoscimento, responsabilità, allora si assottiglia fino a sparire. Oppure diventa un automatismo senza quella profondità necessaria a renderlo consapevole e sostanzioso, perché anticipato da una sosta riflessiva che ne scandisce la lentezza, la profondità. È una sorta di fermarsi, guardare indietro, ammettere che qualcuno ha inciso nella nostra vita. Ma anche nella nostra comunità, nel nostro modo di pensare. Il grazie è come risarcire un debito morale, esercizio difficile nell’era in cui conosciamo solo debiti di natura contabile.
Tanti sono i grazie mancati anche alle nostre latitudini e uno ha fatto rumore ad inizio maggio. Da allora, se consideriamo la velocità dell’informazione odierna, è trascorsa un’eternità. Eppure, quanto accaduto per l’inaugurazione della nuova ala del Cardiocentro oggi sotto l’egida dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC) suona ancora come uno sgarbo, come qualcosa di inelegante, finanche ingiusto. Il Ticino è una terra piccola, all’interno della quale spesso si dice che tutti ci conosciamo. Ma conoscersi non significa ancora riconoscersi: capita talvolta che la prossimità renda addirittura più difficile la gratitudine. Chi sta vicino viene misurato, discusso, criticato e consumato nel pettegolezzo della polemica che diventa finanche impietosa o ingiusta. Nessuno è perfetto, non lo sono i vertici attuali dell’EOC e non lo è il professor Tiziano Moccetti, una figura alla quale bastava dire un semplice grazie per aver reso possibile la nascita del Cardiocentro. Poi, per carità, si potrebbero fare un’infinità di distinguo, ma che non ne scalfiscono l’essenza di una realtà che ha reso il Ticino terra nella quale l’infarto e i problemi cardiaci non hanno più richiesto il trasferimento oltre San Gottardo per chi negli anni precedenti alla realizzazione della struttura accorpata all’Ospedale Civico ha avuto la fortuna di arrivare vivo fino a Zurigo.
Il silenzio assordante dei vertici di oggi nei confronti di Moccetti è stato un boomerang. Ne sono seguite alcune lettere ai giornali, ma mai un «ci scusiamo» da parte di chi si era reso protagonista nel disegnare una rotta poco onorevole. Bastava poco, bastava un grazie. Elogio non è adulazione e non avrebbe scalfito in nessun modo l’indipendenza odierna del Cardiocentro dall’era del suo fondatore. Così è accaduto che per evitare di apparire servili, c’è chi è divenuto ingrato. Un grazie detto in vita non è un epitaffio anticipato, ma solo di un atto civile. La colpevole, se voluta o meno non lo vogliamo disquisire, omissione è stata corretta dal più alto in grado nella gerarchia istituzionale, il consigliere federale Ignazio Cassis. Colui che è stato testimone di quella storia di successo che ha preso forma dalla metà degli anni Novanta quando Cassis era appunto medico cantonale. E ha ricordato le resistenze, le polemiche e quel pizzico di campanilismo del quale tutti siamo testimoni. Ma «nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza una figura centrale: il professor Tiziano Moccetti. Ha visto lontano. Ha creduto in un’idea quando non era evidente. E ha saputo trasformarla in realtà» ha detto Cassis. A volte basta poco. Basta volerlo. Basta dire «un piccolo, grande, grazie». Non ci resta da dire: «Grazie per non dimenticarlo in futuro».
