L'analisi del lunedì

La guerra dimenticata del Sudan e l’inattesa «leva» del Mar Rosso

Dal 2023 il conflitto sudanese ha costretto alla fuga milioni di persone e provocato migliaia di morti, nell’indifferenza delle potenze estere
©Bernat Armangue
The Economist
10.08.2026 06:00

Forse è impossibile trovare un singolo luogo capace di riassumere la devastazione provocata dalla guerra civile in Sudan, ormai entrata nel suo quarto anno. Ma, come raccontiamo dopo un raro viaggio nel Paese, la capitale in rovina ci si avvicina molto. Prima che il conflitto esplodesse, nell’aprile del 2023, Khartoum era una città vivace di circa sette milioni di abitanti. Oggi il centro è deserto. Degli edifici governativi restano soltanto scheletri anneriti. Case eleganti e alberghi di lusso sono ridotti in macerie. Le strade, carbonizzate dai combattimenti, sono silenziose. Sono stati abbandonati così tanti cadaveri che dai tumuli delle fosse comuni improvvisate affiorano teschi umani. Eppure le uccisioni continuano.

Khartoum è il cuore sfregiato di uno dei peggiori conflitti africani di questo secolo. La guerra ha devastato vaste aree del terzo Paese più grande del continente e costretto 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Probabilmente centinaia di migliaia di individui sono stati uccisi dai combattimenti, dalla carestia e da ricorrenti esplosioni di violenza genocidaria. L’unica guerra africana recente con orrori paragonabili è quella in Congo, che all’inizio degli anni Duemila potrebbe avere provocato oltre 5 milioni di morti. Ma il conflitto sudanese è ancora più importante dal punto di vista geopolitico. Come avevamo avvertito due anni fa, ha coinvolto i Paesi vicini, contribuendo a riaccendere le guerre civili in Sud Sudan e Yemen e minacciando una nuova ondata di violenze in Etiopia.

Gli attori esterni hanno mostrato una spietata indifferenza verso le sofferenze della popolazione, finanziando il proseguimento dei combattimenti oppure ignorandoli. Tuttavia, mettendo in pericolo la navigazione nel Mar Rosso, le guerre in Sudan e in Iran stanno ora sovrapponendosi. Ciò potrebbe aumentare il costo del conflitto per i suoi sponsor, offrendo loro finalmente una ragione per cercare di promuovere la pace.

In apparenza, la guerra sudanese oppone due principali belligeranti: le Forze armate sudanesi (SAF), l’esercito regolare del Paese e il suo governo di fatto, e le Forze di supporto rapido (RSF), una milizia ricca e ben equipaggiata. Diversi altri gruppi sudanesi sono alleati con l’una o l’altra parte. Ma i combattimenti sono anche una guerra per procura tra potenze regionali dalle grandi disponibilità finanziarie, in competizione per risorse e influenza. Le RSF ricevono armi, denaro e mercenari dagli Emirati Arabi Uniti, sebbene questi ultimi neghino con forza di fornire loro sostegno. In misura minore, le SAF sono armate e finanziate da Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

Fino a tempi molto recenti, tutti questi attori avevano un interesse schiacciante a mantenere in corso la guerra. Le RSF hanno più volte dichiarato di essere pronte a discutere un cessate il fuoco, ma hanno usato il bottino conquistato per trasformarsi in un impero militare ed economico con l’ambizione di governare il Paese. E dalle nostre conversazioni con i vertici delle SAF in Sudan emerge chiaramente che questi ultimi continuano a credere di poter sconfiggere le RSF e, proprio per questo, si oppongono ai negoziati.

Nel frattempo, gli attori esterni in grado di esercitare pressioni sui belligeranti e sui loro sostenitori sono stati distratti da altre crisi. L’Europa è concentrata sull’Ucraina. Il presidente statunitense Donald Trump, che lo scorso novembre aveva promesso di porre fine alla guerra, è assorbito dalla sua disastrosa campagna in Iran. Molti sudanesi, ormai rassegnati a essere trattati come una causa persa, hanno cominciato a parlare di una «traiettoria somala»: un conflitto destinato a durare decenni, senza che se ne intraveda la fine.

Ora, però, due sviluppi si sono combinati creando una possibilità, per quanto esile, di porre fine alla guerra. Da quando, in febbraio, gli Stati Uniti hanno attaccato la Repubblica islamica, il caos nel Golfo ha perlopiù reso il Sudan una priorità ancora più marginale del solito. La presenza di un nemico comune, l’Iran, ha fatto ben poco per attenuare la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che si manifesta anche in Sudan.

Ma, come avrebbe detto Dwight Eisenhower, ex presidente americano, quando un problema non può essere risolto bisogna ampliarlo. Con l’estendersi della guerra in Iran, l’attenzione si sta spostando dallo Stretto di Hormuz, che per il momento rimane chiuso, al Mar Rosso, che potrebbe presto subire la stessa sorte. Nelle ultime settimane gli Houthi, una milizia yemenita sostenuta dall’Iran, hanno attaccato petroliere legate all’Arabia Saudita, provocando un netto calo del traffico navale attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb.

Finora Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno considerato la loro competizione nella regione come un gioco a somma zero. Tuttavia, i recenti attacchi nel Mar Rosso hanno ulteriormente evidenziato l’importanza strategica della costa sudanese per Riad, ravvivando l’interesse saudita per la guerra. Questo potrebbe rendere più costoso e rischioso per gli Emirati continuare a sostenere le RSF e aprire la strada affinché una tregua in Sudan diventi parte di un più ampio accordo in Medio Oriente.

Il secondo fattore è il cambiamento degli equilibri sul campo di battaglia. Nelle ultime due settimane le SAF hanno ottenuto le conquiste più significative da quando, 18 mesi fa, sono rientrate a Khartoum. Alla fine di luglio hanno ripreso il controllo di un’autostrada fondamentale che collega la capitale a el-Obeid, uno snodo regionale strategico che le RSF cercano di conquistare da mesi. Hanno inoltre riconquistato Kurmuk, una località al confine con l’Etiopia.

L’ultima e migliore occasione per sedersi al tavolo del negoziato

Sebbene l’esercito possa ora essere tentato di intensificare ulteriormente gli sforzi per sconfiggere le RSF, da tempo sostiene anche di voler negoziare da una posizione di forza, una condizione che oggi possiede. Inoltre, quanto più a lungo verrà rinviata la ricerca di un cessate il fuoco, tanto minori saranno le probabilità che esso possa reggere. Entrambi gli schieramenti comprendono decine di milizie. Le SAF sanno che, con il protrarsi della guerra, una quota crescente di potere passerà nelle mani di gruppi interessati a perpetuare l’economia del conflitto. Ne seguirà una frammentazione del Paese, indipendentemente da chi sarà formalmente al comando.

È vero: le probabilità di un cessate il fuoco efficace sono ridotte. Ma questo è il momento di avviare una nuova offensiva diplomatica. Per circa il prossimo mese, la stagione delle piogge in Sudan dovrebbe determinare una pausa nei combattimenti. Una «tregua umanitaria» proposta da Massad Boulos, il sovraccarico inviato di Trump per l’Africa, ha maggiori possibilità di reggere mentre le linee del fronte restano relativamente statiche.

Cogliere il momento

Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero fare pressione sui propri alleati del Golfo affinché inducano i belligeranti da loro sostenuti a parlarsi direttamente per la prima volta. Arabia Saudita, Egitto e Turchia dovrebbero esortare le SAF a smettere di pretendere che le RSF depongano le armi e si smobilitino prima ancora che possano iniziare i negoziati. Gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero usare la propria influenza sulle RSF per costringerle a rispettare la volontà, più volte dichiarata, di arrivare a un cessate il fuoco, anche qualora ciò significasse rinunciare all’ambizione di governare l’intero Sudan.

Una deriva di tipo somalo, verso un’ulteriore frammentazione, perpetuerebbe le sofferenze e l’instabilità provocate dalla guerra. Questa è l’ultima e migliore possibilità per impedirlo.