La questione diplomatica con l'Italia va chiarita

Dispiace doverlo scrivere, ma quest’anno la nostra Svizzera non sta dando un’immagine positiva di sé sotto il profilo della sicurezza pubblica. Alla politica, ai dirigenti delle forze dell’ordine, ai media e probabilmente a tutti noi è ora chiesto uno sforzo per invertire una situazione che potrebbe diventare, se non gestita e contenuta, una tendenza nefasta. E soprattutto falsa. Certo, è innegabile che i fatti di Aarau siano molto gravi. Una giovane donna italiana di 22 anni, arrivata nel nostro Paese alla ricerca di una vita migliore, ha qui trovato la morte durante un evento musicale nel fine settimana scorso, falciata da una raffica di proiettili. Durante quello che sembra essere stato un vero e proprio raid armi in pugno, sono rimaste ferite pure altre cinque persone. Bisogna dirlo a chiare lettere: si tratta di una vicenda intollerabile. È di ieri la notizia dell’arresto del presunto (e sembra unico) colpevole, un cittadino svizzero di 43 anni, ma le indagini sono tutt’altro che concluse e dovranno far luce soprattutto sul movente, che rimane da acclarare. Al netto della gravità di quanto accaduto, bisogna necessariamente prendere in considerazione anche le conseguenze diplomatiche di questo fatto di sangue, che nell’immaginario mediatico è stato subito ricollegato, a torto, ça va sans dire – alla tragedia di Crans Montana.
In Italia, la premier Giorgia Meloni ha chiesto «piena luce» sulla sparatoria, e ci mancherebbe: la chiediamo anche noi. Il suo ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece annunciato di aver inviato una task force, guidata dall’incaricato d’Affari a Berna con anche un funzionario di collegamento della Polizia di Stato, per seguire da vicino le indagini, in accordo con le autorità svizzere, oltre che per assistere le famiglie degli italiani coinvolti. Su questo, ci sia permesso, abbiamo qualche perplessità, pur ringraziando Roma per la collaborazione. È dal rogo del «Constellation» che, nella vicina Penisola, la politica sta facendo passare il messaggio, pernicioso, che la Svizzera, uno dei Paesi di punta dell’Occidente e da sempre amico dell’Italia, non sia più in grado di iniziare e di condurre da sola delle investigazioni efficaci. Probabilmente, in tutta questa propaganda, ci sono anche delle motivazioni di politica elettorale interna, un voler sfoggiare ad ogni occasione il proprio côté sovranista. È comprensibile. Le relazioni diplomatiche e sociali, però, ne soffrono e, a questo punto, vanno chiarite al più presto.
Alcuni media italiani, poi, hanno rincarato la dose: al netto dei soliti commenti sul «falso mito del Paese modello» - cosa che non abbiamo mai preteso di essere - alcuni articoli hanno insistito fin nella titolazione su analogie folli, accostando i fatti di Aarau a quelli del Bataclan (90 morti e 200 feriti nel novembre 2015 a Parigi). C’è dunque – e lo constatiamo con grande amarezza – una aperta volontà di gettare fango sulla Confederazione. Per carità, è il gioco dei media e lo conosciamo, anche se non abbiamo mai voluto parteciparvi, preferendo un giornalismo più oggettivo, basato sui fatti e non su illazioni o, peggio, provocazioni.
Ribadiamo: l’impegno di mantenere l’intera Svizzera in un clima di sicurezza pubblica il più possibile capillare è l’obbligo delle nostre istituzioni. Se qualcosa di criminale accade, e ovviamente può accadere anche sul nostro territorio, la reazione deve essere immediata ed efficace. Il fatto che il presunto colpevole della tragica sparatoria di Aarau sia stato assicurato alla giustizia in tempi brevi è un passo importante sia nell’indagine sia a livello di immagine interna ed esterna. Il sensazionalismo, quello, lasciamolo ad altri.
