La scuola dà i voti, chi li dà ai docenti?

Alessandro Speziali ha ragione: una scuola che non pretende più nulla rischia di non insegnare più niente. Disciplina, impegno e responsabilità non sono nostalgie del secolo scorso. Ma se pretendiamo tanto dagli allievi, perché quando si passa dall’altra parte dell’aula le domande diventano improvvisamente più delicate?
Intendiamoci: insegnare oggi non è una passeggiata. Classi eterogenee, famiglie talvolta più esigenti con i docenti che con i propri figli, burocrazia crescente e tecnologie che cambiano più velocemente dei programmi. Gli insegnanti meritano rispetto, sostegno e condizioni adeguate per lavorare. Ma comprendere le difficoltà non significa trasformarle in una giustificazione permanente. Né fare di ogni cambiamento un motivo di lamentela.
La società cambia, gli studenti cambiano, il modo di apprendere cambia. Sarebbe curioso pretendere che soltanto il modo di insegnare restasse immutabile. L’esperienza è un patrimonio, purché non diventi il nome elegante che diamo all’abitudine. Aggiornarsi e sperimentare non sono fastidi da sopportare, ma parte della professione.
E poi c’è la motivazione. Parliamo spesso di ragazzi distratti, incollati allo smartphone. Ma quanto ci interroghiamo sull’entusiasmo di chi dovrebbe appassionarli? Un docente preparato trasmette conoscenze. Uno preparato e motivato può lasciare un segno. E non servono effetti speciali: talvolta basta rendere interessante perfino un’equazione. L’innovazione, prima che tecnologica, è una questione di atteggiamento. Le istituzioni, naturalmente, devono fare la loro parte: meno burocrazia, formazione continua utile, direzioni capaci di sostenere i docenti e maggiore riconoscimento professionale. Ma anche chi insegna deve sapersi mettere in discussione. Non può essere sempre il sistema a cambiare mentre chi ne fa parte resta immobile. I diritti vanno difesi, ma non cancellano i doveri. Ed eccoci alla valutazione. La scuola valuta ogni giorno gli studenti. Perché dovrebbe essere sconveniente valutare seriamente anche la qualità dell’insegnamento? E perché non discutere di progressioni economiche che riconoscano, almeno in parte, qualità, innovazione e contributo alla scuola?
Con criteri seri, certo. Non si giudica un docente facendo la media dei voti dei suoi allievi: sarebbe ingiusto per chi affronta classi più complesse. Occorrono valutazioni equilibrate e trasparenti. Non per mettere i docenti in competizione a tutti i costi, ma per riconoscere chi fa la differenza. In molte professioni competenze e risultati incidono sul riconoscimento economico. Perché nella scuola il tema dovrebbe essere tabù? Difendere la scuola pubblica non significa dichiararla intoccabile, né considerare identico il contributo di tutti. Sarebbe ingeneroso proprio verso i molti docenti che ogni giorno lavorano con passione e qualità. Speziali invita la scuola a ritrovare il coraggio di pretendere. Condivido. Quel coraggio deve valere per tutti: studenti, famiglie, insegnanti, istituzioni e, non da ultima, anche la politica. Una scuola esigente deve esserlo anche con sé stessa.
Il merito non può essere una lezione obbligatoria per gli allievi e una materia facoltativa per chi insegna.
Daniele Piccaluga, coordinatore della Lega