Le strane idee sull’inflazione al 2%

Per comprendere il senso di certi fenomeni o provvedimenti di politica economica o monetaria è sempre opportuno inserirli in una visione generale e tener presenti gli effetti di periodo lungo. Giova procedere così anche in relazione con il cambiamento di linea annunciato recentemente dalla Riserva federale americana.
Oggi è opinione molto diffusa che per conseguire un grado soddisfacente di prosperità sia indispensabile un’inflazione del 2% (alcuni dicono di più) e che pertanto le banche centrali debbano perseguire l’obiettivo di provocare il più rapidamente possibile, mediante un’ampia creazione di moneta, un rincaro di tale livello. Secondo chi scrive si tratta di un’idea errata poiché con la sovrabbondanza di mezzi liquidi e l’inflazione è possibile al massimo dare una spinta temporanea alla congiuntura, la quale verrebbe seguita da difficoltà e recessione. È forte il sospetto che l’inflazione venga auspicata, non tanto per favorire il benessere della popolazione, quanto per ridurre in termini reali i debiti e alleggerire i problemi delle aziende e degli enti pubblici che si sono caricati di troppi impegni.
Purtroppo la via seguita nell’illusione di migliorare la congiuntura non solo non porta a un successo apprezzabile ma incontra inciampi e suscita problemi seri. I provvedimenti di politica economica e monetaria solitamente producono effetti non subito, ma dopo un periodo di tempo che può durare anni. La regola vale anche per la creazione di denaro su larga scala: l’inflazione tarda sempre a mettersi in moto e a correre. Se poi esistono circostanze speciali che frenano l’aumento dei prezzi il ritardo diventa ancora più esteso. Attualmente ci troviamo proprio in una situazione del genere. L’eccezionale velocità del progresso tecnico, la possibilità di dirigere aziende a grande distanza, il trasferimento dell’attività produttiva in Paesi a basso costo del lavoro e tanti altri fatti sui quali ho già intrattenuto più volte i lettori di questo giornale fanno sì che il rincaro resti momentaneamente basso. Ora bisogna aggiungere il coronavirus, che diffonde incertezza e pessimismo. Pertanto il naturale ritardo con cui l’abbondanza di mezzi liquidi causa inflazione più il ritardo determinato dai motivi speciali di cui si è detto fanno sì che le autorità politiche e monetarie diventino impazienti. Nel tentativo di stringere i tempi calcano la mano e inventano continuamente nuovi strumenti per mettere in circolazione sempre più denaro.
Le decisioni recenti della Riserva federale americana rientrano negli sforzi di tal genere. Secondo il nuovo concetto il 2% non rappresenta più un riferimento fisso ma un riferimento medio per cui, se durante un certo periodo di tempo la percentuale di inflazione risulta inferiore, negli anni successivi si cercherà, per così dire, di ricuperare il terreno perso perseguendo una percentuale superiore. Siccome negli ultimi tempi il rincaro è stato inferiore al 2% c’è da aspettarsi una politica monetaria ancora più lassista di quella praticata sinora. Per tranquillizzare in qualche modo chi vorrebbe una gestione ragionevole del denaro il capo della Riserva federale ha detto che il superamento del 2% sarà moderato. Vedremo, qualora un giorno i prezzi aumentassero a lungo oltre il riferimento stabilito, se la Riserva federale sarà capace di stringere i cordoni della borsa per rimettere in sesto la media. Ne dubito.
L’ostinazione a voler conseguire a tutti i costi e presto un’inflazione del 2% porta così ad ampliare la massa monetaria in misura sempre più esorbitante e quindi a moltiplicarne gli inconvenienti: tassi di interesse bassissimi o nulli o negativi, che danneggiano banche, assicuratori, istituzioni di previdenza per il personale e risparmiatori, mantenimento in vita di aziende che normalmente non avrebbero la possibilità di esistere e pertanto indeboliscono l’apparato produttivo, potenziale di forte inflazione e tanto altro ancora. È poi da tener presente che, più si continua nella larghezza, più difficile e sconvolgente sarà il ritorno alla normalità.
