Libera Storia in libero Stato

«L’insegnamento della storia non è un lusso, ma un fondamento della nostra società. In tempi di polarizzazione politica, una democrazia viva si nutre del confronto aperto con la storia». Inizia così l’appello a favore della formazione storica reso pubblico dalla Società svizzera di storia. Un invito che nasce da un’urgenza. La disciplina è infatti sotto pressione: da un lato, a livello di prassi, le riforme dei sistemi scolastici privilegiano competenze considerate più spendibili sul mercato del lavoro; dall’altro, a livello politico e ideologico, i governi impongono sempre di più una visione della storia univoca e strumentale.
Per diversi regimi vale l’adagio che la storia la scrivono i vincitori. E in quanto vincitori - o presunti tali - della competizione elettorale, i partiti al potere si sentono autorizzati a riscrivere la storia e il suo insegnamento a propria immagine e somiglianza. Gli esempi sono troppi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Pensiamo alla Federazione russa in cui, sotto la minaccia di severe pene detentive, si è imposta una visione ufficiale della storia al fine di sostenere una narrazione funzionale al rafforzamento dell’identità e della grandezza nazionale. Dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, un decreto del 29 gennaio 2025 firmato da Donald Trump ha riportato in vita una commissione federale incaricata di combattere il cosiddetto «indottrinamento radicale» e promuovere un’educazione patriottica al fine «di promuovere una narrazione celebrativa e unificante della storia degli Stati Uniti». Da parte sua, il Ministero italiano dell’Istruzione e del Merito ha diffuso indicazioni nazionali che riscrivono l’insegnamento sotto il motto «solo l’Occidente conosce la Storia». Ma anche da noi, in Svizzera, si assiste in diversi cantoni a tentativi di influenzare i Piani di studio per promuovere una narrazione storica più patriottica e rafforzare una non ben definita «svizzeritudine».
Tali iniziative sono una risposta alla percezione che la «cultura progressista», la «storiografia moderna» e l’armonizzazione scolastica stiano diluendo l’identità nazionale. Esse rappresentano invece uno svilimento dell’insegnamento attuale della disciplina. Introdurre una dimensione più ampia, globale e attenta alla «storia degli altri» non sminuisce affatto il ruolo della storia nazionale, al contrario la rende più comprensibile, inserendola nel contesto mondiale a cui è connessa, un contesto totale e non parziale come quello europeo e occidentale. Il grande e meritato successo che ha conosciuto l’esposizione «Colonialismo. Intrecci globali della Svizzera» al Museo nazionale di Zurigo, che andava proprio in questa direzione, mostra come vi sia una sete di conoscenza nell’opinione pubblica che va rispettata e agevolata.
Il problema diventa ancora più serio quando queste letture selettive finiscono per escludere intere componenti della società: tra riduzione dei contributi, forme di censura preventiva e crescente precarizzazione della professione, la ricerca storica indipendente si indebolisce, rendendo più difficile affrontare in modo critico i passati scomodi e, al tempo stesso, rendendo invisibili gruppi sociali che perdono così il riconoscimento del proprio ruolo nella storia comune. Il rischio è quello di relegarli a una condizione di subalternità, privandoli di una piena cittadinanza culturale e civile.
Ed è proprio qui che si misura la tenuta della democrazia intesa non solo come governo della maggioranza, ma come garanzia dei diritti di tutte e tutti, vincitori e vinti, maggioranze e minoranze. Una ricerca storica libera e un insegnamento critico rappresentano strumenti essenziali per evitare derive autoritarie, assicurando il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali. Non a caso, il Consiglio d’Europa - di cui la Svizzera ha assunto la presidenza - ha promosso l’Osservatorio per l’insegnamento della storia in Europa, con l’obiettivo di rafforzare un’educazione di qualità capace di sostenere e diffondere una solida cultura democratica. Insomma, come conclude l’Appello «chi è consapevole della propria storia acquisisce libertà: libertà di pensare in modo autonomo, di assumersi responsabilità e di modellare il futuro insieme alle altre persone».
Sostenere l’importanza della ricerca, fornire gli adeguati tempi all’insegnamento della storia e aprire la possibilità a spazi di confronto pubblico non è un lusso accademico, ma una necessità civile: è anche da qui che passa la tenuta di una società davvero democratica, consapevole del proprio passato e capace di immaginare il proprio futuro.