Il commento

Libertà economica e interventismo statale

Il commento di Carlo Rezzonico
(foto CdT)
Carlo Rezzonico
Carlo Rezzonico
27.02.2019 06:00

Nella politica e nell’economia si tende a considerare solo i fenomeni di periodo breve e a trascurare quelli di periodo lungo. Figuriamoci quando poi si tratta di evoluzioni concernenti il periodo lunghissimo. Eppure anche queste meriterebbero attenzione, sia per conservare le caratteristiche e i benefici del nostro modo di vivere sia per aver riguardo nei confronti delle generazioni future. Ad esempio da alcuni decenni si manifesta una tendenza ad abbandonare a poco a poco i principi dell’economia di mercato per far posto a interventi sempre più numerosi e incisivi dello Stato, attuando in tal modo un avvicinamento lento e progressivo ma inesorabile alla pianificazione. La gradualità del processo lo rende insidioso. Se si proponesse di cambiare l’ordinamento economico in un sol colpo la maggioranza della popolazione si opporrebbe immediatamente e costringerebbe ad accantonare l’idea. Se invece la sostituzione dell’ordinamento vigente con un altro viene effettuata poco per volta, a passi piccoli, magari presentando abilmente ognuno di essi come giusto e moralmente doveroso, allora l’operazione ha più probabilità di riuscire, anche perché tende ad autoalimentarsi. Infatti, più le aziende vengono ostacolate, più la classe imprenditoriale perde il suo dinamismo, lasciando vuoti nella produzione di beni e servizi; crescono così le richieste all’ente pubblico affinché supplisca alle carenze. Inoltre molti interventi che si esigono dallo Stato si traducono in spese elevate e quindi in maggiori imposte; innegabilmente le esagerazioni fiscali costituiscono un altro fattore di dissuasione per chi vorrebbe prendere iniziative e assumere responsabilità. Mi sembra che alcune proposte emerse recentemente rientrino nell’evoluzione che ho cercato di tratteggiare sopra. Una viene dal ministro tedesco dell’Economia Peter Altmaier, il quale accarezza l’idea di promuovere una politica industriale mediante finanziamenti statali a certe aziende o prese di partecipazioni. Ora che l’ente pubblico sia in grado di scegliere le attività utili alla prosperità futura delle nazioni meglio di quanto sappiano fare gli imprenditori privati, che mettono a rischio il loro capitale e hanno il massimo interesse a produrre i beni e servizi desiderati maggiormente dalla popolazione, resta da dimostrare. Negli Stati Uniti – passo a un’altra proposta discutibile – due senatori democratici vorrebbero restrizioni legali più severe per l’acquisto di azioni proprie da parte di aziende. Hanno dalla loro parte alcuni buoni argomenti perché effettivamente tali transazioni sono spesso nocive sia alle aziende stesse sia all’economia in generale. Però bisogna ricordare anche che gli acquisti in questione sono finanziati in molti casi mediante debiti e che l’assunzione di debiti è fortemente favorita dai tassi di interesse bassissimi voluti dalle banche centrali (anche in America, nonostante i ritocchi verso l’alto degli anni scorsi, il costo del denaro è tuttora molto esiguo). Al solito una interferenza delle autorità nell’economia (l’allargamento esagerato della politica monetaria) ha creato effetti indesiderati (come gli acquisti di azioni proprie mediante indebitamento) che a loro volta fanno sentire la necessità di altri interventi (le limitazioni legali a tali acquisti): nasce una catena che tende ad allungarsi sempre più. Cito ancora due esempi. Sono contrarie all’economia di mercato le regole per imporre o influenzare mediante accorgimenti burocratici le quote femminili nel personale delle aziende. Va nello stesso senso il rinascere in diversi cantoni svizzeri della proposta di introdurre salari minimi. Per completezza aggiungo che nella corrosione continua dei principi che dovrebbero preservare la libertà economica alcuni imprenditori portano una parte di responsabilità. Questi tralasciano spesso di opporsi energicamente all’evoluzione in atto o addirittura sostengono ambienti che la promuovono. Con ciò conseguono diversi vantaggi: seguono l’onda, si creano certe amicizie ed evitano certe inimicizie oppure si fanno belli finanziando la cosiddetta cultura anche quando questa si riduce a propaganda politica mascherata di cultura. Omettono di porre, a fronte dei benefici immediati, gli svantaggi derivanti dalle evoluzioni di periodo lungo o lunghissimo, in particolare dimenticando che la conservazione di una economia di mercato è un presupposto indispensabile per la loro esistenza futura (nelle economie pianificate o con forte intervento statale la figura dell’imprenditore privato non c’è più).