L’inflazione che arriva ha una targa americana

L’inflazione che si sta producendo è soprattutto americana, in un duplice senso. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha effetti diretti sulle quotazioni di petrolio e gas e indiretti sui prezzi più in generale, a livello globale; il regime di Teheran è da condannare senza se e senza ma, però la via del conflitto bellico è discutibile e provoca, oltre alle perdite umane, anche perdite economiche, non solo per l’Iran come si sta vedendo. Poi, gli Stati Uniti sono tra i Paesi più in difficoltà sull’inflazione, perché già in precedenza non riuscivano a far scendere molto il loro rincaro e ora fanno ancor più fatica, considerando l’effetto cumulato dei dazi di Trump sull’import, che non sono stati interamente bloccati, e dei rialzi dei prezzi legati alla guerra in Medio Oriente.
L’obiettivo delle maggiori banche centrali è un’inflazione del 2% in media annua, ma gli Stati Uniti sono sopra questa soglia dal marzo del 2021. Dopo le impennate del 2022, che hanno toccato tutti, anche il rincaro americano è gradualmente sceso, ma nel gennaio e nel febbraio di quest’anno era ancora al 2,4%. Vedremo i dati di marzo, ma ragionando sul lungo periodo è chiaro che gli USA tendono ad avere un’inflazione più alta rispetto ad altri Paesi sviluppati. L’Eurozona negli ultimi anni è scesa più volte sotto il 2%, quest’anno era all’1,7% in gennaio e all’1,9% in febbraio, prima di risalire al 2,5% in marzo, a causa soprattutto degli effetti della guerra contro l’Iran. La Svizzera dal canto suo resta uno dei Paesi a più bassa inflazione, anche grazie al franco forte, con lo 0,3% del mese scorso. L’OCSE prevede per il 2026 un’inflazione media annua del 4,2% per gli USA e del 2,6% per l’Eurozona. La SECO per la Confederazione prevede 0,4%, dentro quella fascia 0%-2% che è l’obiettivo della Banca nazionale svizzera.
Negli Stati Uniti ai problemi strutturali sui prezzi si sono aggiunti prima i dazi e poi la nuova guerra in Medio Oriente. Le affermazioni di Trump sull’aumento del prezzo del petrolio come buon affare per gli USA sono in contrasto con la realtà. I rincari del greggio possono andar bene - entro certi limiti, perché poi si rischia una minore domanda – alle compagnie petrolifere, statunitensi e non solo. Ma per i consumatori, anche per quelli americani, ci sono aumenti dei prezzi, per le benzine e per altri prodotti, che riducono il loro potere d’acquisto. Il fatto che gli Stati Uniti siano autosufficienti nel campo dell’energia non impedisce che abbiano rincari, perché sul mercato le compagnie tirano inevitabilmente l’acqua al loro mulino, inoltre si creano maggiori problemi negli approvvigionamenti di prodotti legati al petrolio. I prezzi così tendono ad allinearsi verso l’alto, anche negli Stati Uniti. L’Europa non è autosufficiente nell’energia e i suoi consumatori sono quindi esposti ai rincari di petrolio e gas, lo stesso dicasi per larga parte dei consumatori asiatici, ma i consumatori americani non sono al riparo.
Nonostante non abbia più la predominanza degli anni Settanta, quando ci fu la famosa crisi con le domeniche senza auto, il petrolio ha ancora una forte quota dei consumi di energia, con un peso rilevante nel binomio carburanti-trasporti. Gli aumenti del prezzo del greggio si trasmettono ai prodotti da questo derivati ma anche ad altri prodotti, che devono essere trasportati a costi maggiori. L’impatto, nel caso gli aumenti siano perduranti, riguarda quindi un’ampia parte delle economie, con riflessi negativi sia per le imprese sia per le famiglie. C’era già un rallentamento economico internazionale in corso, determinato anche dalle forti tensioni geopolitiche e dalla vicenda dei dazi USA, ma il rischio è che questo rallentamento si accentui.
Prima finirà questa nuova guerra in Medio Oriente e meglio sarà, dal punto di vista delle perdite umane ma anche da quello dei problemi economici. Ci vorrà del tempo per smaltire il fardello economico che si è accumulato, ma molte economie hanno mostrato sin qui resilienza e potrebbe dunque esserci ancora una via per limitare la risalita dell’inflazione e la diminuzione della crescita economica. Se invece il conflitto che oppone USA e Israele all’Iran durasse a lungo, sommandosi ad altre guerre purtroppo ancora in corso, i rialzi dei prezzi nel mondo potrebbero diventare più pesanti e le frenate per molte economie potrebbero essere più ingenti. Non si deve assolvere il regime iraniano, ma non si deve neppure ignorare ciò che la guerra comporta in termini umani, politici, economici.
