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Netanyahu, gli ostaggi, i palestinesi e gli orrori

Scatta la massiccia operazione militare su Gaza City: Israele intensifica le azioni di guerra in un’area ancora abitata da migliaia di civili ridotti in condizioni pietose
©ATEF SAFADI
Osvaldo Migotto
17.09.2025 06:00

In Israele il Governo Netanyahu lunedì notte ha fatto scattare la massiccia operazione militare su Gaza City preannunciata da tempo. Sono così caduti nel vuoto gli appelli lanciati da diversi Paesi occidentali affinché l’esercito dello Stato ebraico (IDF) non intensificasse le operazioni di guerra in un’area ancora abitata da migliaia di civili palestinesi ridotti in condizioni pietose.

Il premier israeliano e i suoi ministri più estremisti, forti dell’appoggio del presidente USA Trump, non hanno ascoltato neppure i disperati appelli lanciati in patria dai familiari degli ostaggi che si trovano ancora nelle mani dei terroristi di Hamas, affinché si percorresse la via negoziale per salvare i civili prigionieri degli estremisti palestinesi da quasi due anni. Ieri il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che i soldati dell’IDF stanno combattendo per creare le condizioni necessarie alla liberazione degli ostaggi.

Conosciamo tutti le brutalità inenarrabili commesse dai mostri di Hamas in territorio israeliano in quell’orripilante 7 ottobre di due anni fa. Nessuna pietà per bambini, donne ed anziani. Speriamo di essere smentiti dai fatti, ma c’è un forte rischio che i terroristi palestinesi eliminino i loro ostaggi ancor prima che l’esercito israeliano possa giungere nelle loro vicinanze. C’è chi si chiede se Netanyahu si mostrerebbe così risoluto nel portare avanti la devastante offensiva a Gaza City se tra gli ostaggi vi fosse anche suo figlio.

Quando scattò l’offensiva militare dello Stato ebraico a Gaza, in risposta alle stragi del 7 ottobre, buona parte della comunità internazionale era dalla parte del Governo Netanyahu. Ma poi, con il passare dei mesi, l’idea che ai civili palestinesi venisse fatto pagare un prezzo troppo alto andò via via consolidandosi all’estero, ma anche in Israele. Con l’estendersi del conflitto sono così arrivate le dure prese di posizione della Corte penale internazionale (che ha addirittura emesso un mandato di cattura nei confronti del premier dello Stato ebraico), le critiche di numerosi Paesi occidentali e, ieri, il rapporto stilato dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta nominata dall’ONU dal quale emerge che i vertici israeliani si sarebbero resi responsabili di atti genocidari nei confronti del popolo palestinese.

Di fronte a queste ed altre accuse rivolte ai responsabili politici e militari dello Stato ebraico, da Tel Aviv giungono sempre risposte stizzite, nelle quali si sottolinea che le valutazioni che arrivano dall’estero sull’operato dell’IDF si basano solo su fonti palestinesi. Occorre però dire che è difficile consultare fonti indipendenti sul campo di battaglia, in quanto le autorità israeliane vietano ai giornalisti l’accesso alla Striscia di Gaza. Non va poi dimenticato che a dare testimonianza sulle condizioni allarmanti in cui è costretta a vivere buona parte della popolazione palestinese nella Striscia vi sono le denunce delle organizzazioni umanitarie che operano nella regione.

Intanto resta senza risposta una delle domande cruciali suscitate da questo spaventoso conflitto. Dopo aver eliminato tutti i responsabili della spaventosa strage del 7 ottobre 2023, Netanyahu e Trump che ne faranno dei palestinesi che sopravviveranno alla guerra?

Va però ricordato che Israele non va identificato con i membri dell’attuale Governo. Secondo un recente sondaggio, in caso di elezioni il premier attuale non verrebbe riconfermato. Non solo; alcuni sondaggi presentati dal sito indipendente israele.net indicano che la maggioranza degli israeliani, a date condizioni, sarebbe favorevole alla nascita di uno Stato palestinese, anche se al momento appare solo una lontana ipotesi.

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