Commento

Problema inflazione a livello mondiale

Gli Stati Uniti, principale economia mondiale, sono tra i peggio messi nel campo dei Paesi sviluppati - Anche l’Europa deve affrontare una situazione non buona, mentre la Svizzera ha un quadro diverso e apprezzabile
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Lino Terlizzi
29.09.2026 06:00

Il problema dell’inflazione è tutt’altro che secondario a livello internazionale. Gli Stati Uniti, principale economia mondiale, da questo punto di vista sono tra i peggio messi nel campo dei Paesi sviluppati. Anche l’Europa deve affrontare una situazione non buona per quel che riguarda il rincaro, ma meno negativa di quella americana. La Svizzera dal canto suo ha un quadro diverso e apprezzabile, con un’inflazione che è bassa grazie anche alla forza del franco, che attualmente non è ai suoi massimi (ciò dà qualche spazio in più all’export elvetico) ma che rimane una moneta robusta.

Secondo le previsioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) pubblicate nei giorni scorsi, gli USA avranno quest’anno un’inflazione media annua del 3,6%, contro il 2,6% dell’anno scorso. Se così sarà, in pratica 100 dollari in tasca a inizio 2026 a un consumatore negli USA in termini reali varranno alla fine 96,4 dollari. Detto così sembra quasi normale, in realtà l’effetto negativo complessivo sul potere d’acquisto non è da poco, considerando anche le grandi dimensioni degli USA. L’Eurozona dovrebbe avere quest’anno un’inflazione del 3%, contro il 2,1% dell’anno scorso; il Regno Unito dovrebbe registrare per il 2026 un 3,1%, dopo il 3,4% del 2025; la Svizzera, secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), dovrebbe avere quest’anno un’inflazione dello 0,6%, dopo lo 0,2% dell’anno scorso. La gran parte dei maggiori Paesi emergenti, con poche eccezioni, per l’OCSE avrà rincari annui più alti di quelli dei principali Paesi sviluppati.

Sarebbe un errore sottovalutare l’impatto degli aumenti dei prezzi, quindi dell’inflazione, negli USA soprattutto e poi in molti altri Paesi. L’erosione del potere d’acquisto, che si fa sentire in particolare su salari e pensioni, frena lo sviluppo dei consumi sia per i prodotti nazionali sia per i prodotti importati, con incidenza anche sugli scambi internazionali. Anche per gli investimenti l’inflazione ha effetti negativi, perché fa crescere l’incertezza e perché porta a un maggior costo del denaro, considerando che i tassi di interesse aumentano, sia per effetto del mercato sia per opera delle banche centrali, che devono appunto contrastare il rincaro. Mentre la Banca nazionale svizzera è dentro la fascia-obiettivo dello 0%-2% di inflazione e può dunque attendere, la Federal Reserve americana, la Banca centrale europea e altri istituti centrali sono al di sopra del loro obiettivo, che è il 2%, e devono agire sui tassi.

L’OCSE prevede che l’anno prossimo l’inflazione torni a scendere, senza peraltro calare al 2% nelle gran parte delle aree economiche. Tuttavia la previsione è basata su un miglioramento del quadro geopolitico ed economico che è possibile ma chiaramente non certo. Le tensioni geopolitiche e le guerre hanno contribuito fortemente agli incrementi dei prezzi di petrolio, gas, alimentari, metalli e altro. Una riduzione di queste tensioni e dei conflitti bellici faciliterebbe il contenimento dell’inflazione, ma lo scenario per ora rimane complicato. Non si può inoltre scordare che nel caso degli USA c’è l’effetto dei dazi voluti dall’Amministrazione Trump, che sono stati in parte bloccati dalla Corte suprema ma che in parte ancora ci sono e che pure contribuiscono all’inflazione. Molte economie stanno mostrando resilienza, grazie anche alle risorse accumulate nei decenni di ampliamento degli scambi globali e ad ulteriori sviluppi delle nuove tecnologie, ma resta il fatto che a lungo andare un’inflazione alta non è un aiuto, bensì un freno per la crescita. Le maggiori banche centrali, a cominciare dalla Fed americana, rischierebbero di fare un grosso errore se, come si è già visto in altre fasi, usassero una mano troppo leggera contro l’inflazione.