Quei fatti peseranno per sempre

Emanuele Gagliardi
Emanuele Gagliardi
24.11.2010 06:00

di EMANUELE GAGLIARDI - Parola all?accusa, alle parti civili, alla difesa. Parola, l?ultima, all?imputato, prima che la Corte si ritiri in Camera di consiglio. Sul delitto di Obino sta per calare il sipario, il primo. Seguiranno gli altri, affrancati ai giudizi successivi. L?imputato aspetta e poi, una volta letta la sentenza e pronunciata l?ultima frase del dibattimento dalla presidente: «Ordino che il condannato venga portato in carcere per l?espiazione della pena», tornerà alla Stampa. Inizierà a saldare il conto con la Giustizia, dedotto il carcere preventivo sofferto (i mesi d?inchiesta trascorsi in carcere prima del processo). Lui adesso abiterà lì, per il periodo di tempo deciso dai giudici. Il Codice penale svizzero prevede, quando parla di condanne (art. 40), pene a partire dai sei mesi sino ad un massimo, di regola, di 20 anni. La pena detentiva è a vita se la legge lo dichiara espressamente (in casi di eccezionale gravità). Raggiunti i due terzi della pena, (o 15 anni in caso di carcere a vita), il condannato potrà domandare all?autorità competente la liberazione condizionale. Se non dovessero sussistere i motivi per la concessione, il condannato resterà in carcere e potrà ripresentare domanda dopo un anno. In Svizzera c?è qualcuno (condannato alla reclusione a vita) che da anni bussa alla porta della Giustizia per ottenere la libertà condizionale, ma sino ad ora si è sempre sentito rispondere di no. Marco Siciliano abiterà alla Stampa per alcuni anni (quelli stabiliti dalla Corte) e si preparerà al rientro nella società civile: la moglie è al camposanto. Restano, i parenti, quelli più stretti e gli altri. Letta la sentenza, l?aula maggiore del Palazzo di giustizia si svuoterà: i personaggi che l?hanno abitata e occupata in ogni spazio si dissolveranno ed essa sarà di nuovo vuota e silenziosa, pronta ad accogliere altri processi. I curiosi, gli habitué, come sempre, commenteranno la sentenza, il numero di anni di carcere pronunciati. I congiunti di Beatrice Sulmoni rientreranno a Obino. Loro abitano lì. Non hanno davanti il traguardo della semiprigionia (concessa a chi lo merita, una volta raggiunta metà pena) e della liberazione condizionale. Vivranno sempre accompagnati dal ricordo, terribile, di quanto accaduto a Beatrice, dal momento della sua scomparsa sino al ritrovamento del corpo nel lago, all?arresto del marito, alla confessione, al processo. Per chi li ha vissuti in prima persona, certi fatti non si dissolveranno mai. Se dimenticheranno qualche particolare, ci saranno sempre le cronache dei giornali a ricordare loro quanto è accaduto, quanto è stato detto in aula. Una storia che rischia di non finire mai. La loro vita non sarà più quella di prima, le feste neppure. Adesso, come tra dieci, venti anni. E tra dieci anni il figlio di Beatrice e di Marco Siciliano arriverà alla maggiore età. Si dice che l?età della ragione la si raggiunga a sette anni. Ci sono esperienze di vita sulle quali è difficile ragionare serenamente, anche molto più in là con l?età. Attorno al ragazzino, privato dei genitori in maniera traumatica, si muovono parenti, educatori, amici, tutti per accompagnarlo in un percorso difficile, anno dopo anno. Per informarlo, in modo graduale, di quanto è accaduto, fornendogli un quadro attuale della situazione, in un modo adatto, compatibile con l?età. Per evitare traumi, adesso e dopo, quando la curiosità si farà, inevitabilmente e prepotentemente, avanti. In carcere, un paio di volte all?anno, c?è la festa della famiglia: i detenuti hanno la possibilità di trascorrere qualche ora con la famiglia, con i figli. Il momento più toccante è quello del distacco, dei congiunti che se ne vanno: perché la famiglia, per i carcerati, è sacra.Il processo si avvia alle ultime battute. I giudici pronunceranno la sentenza di condanna per l?imputato, che non sarà, comunque, l?unica. I fatti, le circostanze hanno fatto calare un pesante fardello, una sorta di condanna ingiusta e immeritata, più che un ergastolo, sulle spalle di tutti i parenti dei protagonisti di questa storia tragica, dei conoscenti, amici, di una intera comunità. Anche sulle spalle dei più giovani, del più giovane soprattutto, il figlioletto, che aveva diritto, a pieno titolo, nella primavera della vita, a ben altre esperienze.