Quella grande virtù che ha nome pazienza

In questo tempo sospeso della nostra vita la pazienza è una grande virtù. Ma va coltivata. Innaffiata di buon umore. Bisogna pensare anche ad altro durante la giornata. Distrarsi. «I pensieri la sera vanno riposti, si dorme meglio». È un detto popolare toscano. Preoccuparsi troppo, per chi rimane forzatamente a riposo, non risolve alcun problema. Di certo accelera l’ansia. Uno studio sulla psicologia personale distingue tre aree di reazione. La prima è quella della paura (l’accumulo di medicine e cibo in eccesso); la seconda è quella dell’apprendimento (coscienza del pericolo, verifica, controllo delle emozioni); la terza è quella della crescita. Ovvero, empatia, ricerca di uno scopo, talento a disposizione degli altri, progettualità. L’antica saggezza dei proverbi è un buon viatico. Un amico medico ticinese ne ha coniato uno molto efficace, specie per chi ha una certa età, come chi scrive. «Se vuoi ancora uscire, non uscire». Perfetto. L’assessore alla Sanità lombarda, Giulio Gallera, che ogni giorno snocciola i dati del contagio, delle guarigioni e delle morti nella Regione più martoriata, ha riassunto la malattia - e ormai la deve conoscere molto bene - in questo modo: «È un virus che si nutre dell’uomo». Un cannibale diretto o per interposta e asintomatica persona. Una metafora pertinente.
Papa Francesco ha detto che questo tempo sospeso non va sprecato. Bisogna investire nel futuro, prepararsi a quello che verrà dopo, farsi trovare pronti, sprigionare tutta la propria voglia di riscatto. Noi continuiamo a pensare che quando il virus sarà sconfitto si libererà una forza sconosciuta nelle nostre società. Una sorta di «effetto molla». Immaginate un pallone tenuto forzatamente sott’acqua che, una volta lasciato, riemerge con tutta la sua energia repressa. Dunque, la ripresa delle attività potrebbe essere più robusta di quanto non possiamo prevedere. Anche se saremo costretti a un ritorno graduale alla normalità. E dovremo imparare a convivere con il virus, prima di batterlo definitivamente con un vaccino (la corsa dei ricercatori è incoraggiante) e a rispettare delle rigide prescrizioni ancora per lungo tempo. Gli anziani forse dovranno sacrificarsi ancora. Ma se vedranno intorno a loro il rifiorire primaverile (speriamo) delle attività, il decrescere delle preoccupazioni nei loro familiari, troveranno il conforto necessario per accettare qualche forma residua di distanziamento. Il Papa ha avuto parole di apprezzamento anche per il ruolo dell’informazione che riduce il senso di isolamento, racconta la realtà senza inutile enfasi e valorizza il bene che la collettività nel suo insieme esprime in questi giorni. È il ruolo sociale di un buon giornale, un servizio essenziale.
Ognuno di noi può misurare sui ricordi della propria vita quanto l’attesa sia un moltiplicatore di desideri ed energie. «Se si costruisse la casa della felicità - ha scritto Jules Renard - la stanza più grande sarebbe quella dell’attesa». Nessuno di noi vuole trattenere il tempo come accade nell’Ultima neve di Arno Camenisch, ma certo condividiamo, con i protagonisti, la nostalgia per la natura che li circonda. Forse non è il caso di leggere, in queste giornate di silenzio inaspettato (rotto a Milano solo dal suono delle ambulanze), il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, scrittore che pure contò, in tutta la sua vita, i giorni mancanti a una scalata nelle sue adorate Pale di San Martino nelle Dolomiti.
Il capo dipartimento della Protezione civile italiana, Angelo Borrelli, che ogni sera dà la triste contabilità di contagiati, ricoverati e morti in Italia, ha detto in una intervista a Fiorenza Sarzanini del «Corriere della Sera», che anche quando saremo fuori dall’emergenza sarà difficile ridurre da subito quel metro di sicurezza che ci divide dagli altri. La prudenza è d’obbligo e dovremo abituarci a usare mascherine, non dare la mano agli altri, non abbracciare gli amici, non frequentare luoghi affollati. Non si sa per quanto tempo. Nell’attesa che cerchiamo di rendere più leggera trasformandola in un tempo utile di rigenerazione, di ricarica delle batterie per ricominciare con più voglia di prima, è prezioso un altro proverbio, questa volta africano: «Le persone sono persone attraverso le altre persone». Non è una questione di distanza, ma di sentimenti, di legami, di spirito comunitario. Finirà. Da milanese mi aggrappo a un proverbio della tradizione meneghina: «A Milano anche i gelsi fanno l’uva». E mi sforzo di pensare che sia vero.
