Riecco il ponte sullo stretto di Messina

Dichiarando che la costruzione del ponte sullo stretto di Messina è una priorità del governo Meloni l’attuale ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha rilanciato un progetto che periodicamente torna sulla scena della vita politica italiana. Non c’è epoca, sin da quella dell’antica Grecia, in cui non vi ci sia pensato. In tempi più recenti ci pensarono anche i Borboni, sovrani del Regno delle Due Sicilie. Nel 1840 Ferdinando II incaricò un gruppo di ingegneri e di architetti di fare al riguardo uno studio di fattibilità da cui risultò tuttavia che l’opera era possibile ma troppo costosa per le finanze del Regno e quindi non se ne fece nulla. Sopravvenuto il Regno d’Italia, nel 1876 l’idea fu ripresa da Giuseppe Zanardelli, allora capo del governo, ma poi fu lasciata cadere. Se ne parlò quindi anche in epoca fascista quando nuovi progetti vennero elaborati al riguardo. Nel frattempo nel mondo i grandi ponti sospesi si sono moltiplicati. Già nel 1933-37 venne realizzato a San Francisco il Golden Gate Bridge, lungo 2.737 metri, che tra l’altro sorge in zona sismica, finché nel 2000 venne inaugurato il collegamento attraverso lo stretto dell’Øresund tra Copenaghen e la città svedese di Malmö: un’opera che si compone di un tunnel sottomarino e di un ponte lungo 7.845 metri con campate massime di 490 metri e che sorge però in una zona non sismica e su bassi fondali.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale le iniziative e i progetti per un ponte sullo stretto di Messina si moltiplicano fino ad arrivare alla creazione di un’apposita società per azioni, s.p.a., e nel 2011 all’approvazione del suo progetto generale, dopo di che tutto si è fermato di nuovo fino appunto alla recente dichiarazione di Salvini. L’area su cui dovrebbe sorgere il ponte è quella sconvolta nel 1908 dal disastroso sisma passato alla storia col nome di terremoto di Messina, ma che distrusse anche Reggio Calabria. Questo però non è un problema insormontabile perché i ponti sospesi, come sarebbe quello sullo stretto, sono per natura loro antisismici, e alcuni di quelli già esistenti, tra cui uno in Giappone, hanno già superato indenni dei terremoti anche notevoli.
La questione aperta è quella non della sua fattibilità, ma della sua attuale convenienza per lo Stato italiano. L’intero sistema viario (stradale, autostradale, ferroviario e così via fino alle reti telematiche e di trasporto dell’energia) Napoli-Reggio Calabria nonché quello della Sicilia, sono inadeguati e qua e là malconci. Stando così le cose c’è chi sostiene che meglio sarebbe per lo Stato italiano usare delle proprie risorse, e degli aiuti dall’Unione europea che ha adesso ricevuto, per riadeguare il sistema viario a nord e a sud dello stretto di Messina, un’opera comunque urgente che sarebbe necessaria in ogni caso, anche in quello in cui si decidesse di non fare il ponte ma invece di risolvere il problema del transito tra Sicilia e Italia continentale tramite un’intensificazione del traffico dei traghetti e del numero dei loro approdi. Si potrebbe invece – sostengono coloro che sono contrari al ponte a spese dello Stato – lasciare che il ponte lo costruissero dei privati attingendo al mercato internazionale dei capitali. I privati, si osserva, saprebbero capire meglio dello Stato quando verrà il momento di costruire il ponte. Se infatti da una parte dello stretto ci fossero non Reggio e la Calabria ma Milano e la Lombardia e dall’altra non Messina e la Sicilia ma Torino e il Piemonte l’opportunità di costruire il ponte sarebbe evidente. Adesso invece si possono nutrire dei dubbi al riguardo, tanto più che a seguito dell’allargamento ad est dell’Unione europea l’Italia meridionale risulta ulteriormente svantaggiata. A coloro che intendono fare nuovi investimenti nell’Unione convengono infatti assai più i Paesi membri dell’Europa orientale piuttosto che il Mezzogiorno d’Italia, e tale situazione durerà fino a quando l’Unione europea e i Paesi del Mediterraneo non diventeranno un mercato comune: dunque chissà quando.
