Ritualizzare la guerra, vincere la pace

In Occidente, a Sparta come a Roma, lo sport nasce come mezzo per preparare, anzi addestrare, i giovani alla guerra. Tracce di questa funzione sono individuabili ancora oggi, basti pensare che in Svizzera lo sport è soggetto al Dipartimento della Difesa, mentre in Italia l’arruolamento degli atleti nei corpi militari costituisce di fatto la principale forma di professionismo. Dalla fine dell’Ottocento la competizione tra squadre nazionali, l’utilizzo di uniformi, gli inni patriottici e il coinvolgimento emotivo del pubblico contribuiscono a fare dello sport non più solo un addestramento al conflitto, ma una metafora stessa della guerra. Lo attesta anche il lessico marziale usato per descrivere, in particolare nel calcio, lo svolgimento delle gare. L’organizzazione delle squadre è detta «tattica», uno scatto permette di superare «le linee avversarie», il giocatore più rappresentativo è il «capitano», mentre quello che segna più reti è il «capocannoniere» o il «bomber». In quanto tale, lo sport si converte in una forma ritualizzata di combattimento, canalizzando l’aggressività umana e trasformandola in una sfida regolamentata. Si assiste in questo modo a una sublimazione della guerra che diventa potente strumento di pace e di convivenza, grazie anche a una condivisa accettazione della sconfitta e della vittoria.
In campo sportivo si vince secondo regole precise, sotto lo sguardo di un arbitro chiamato a garantire l’equità della sfida. La vittoria è riconosciuta dagli avversari e accettata dall’opinione pubblica. In guerra, invece, ciò accade raramente: il conflitto che lo sport sublima non dispone quasi mai di un arbitro e spesso nemmeno di un risultato condiviso. Dall’Età moderna, per porre rimedio a questa situazione di incertezza gli Stati cercano di seguire, in quello che è stato chiamato il sistema vestfaliano, un tradizionale codice di comportamento per esercitare un diritto, quello alla guerra, che reputano un atto precipuo della loro sovranità. Nasce così una procedura codificata: alla rottura delle relazioni diplomatiche subentra la dichiarazione di guerra e lo scoppio effettivo del confronto. Lo scontro vero e proprio può avere dei momenti in cui si interrompe per un tempo determinato, la cosiddetta tregua, o indeterminato, l’armistizio. La fine delle ostilità non determina la pace, che deve essere stipulata da un trattato. In un tale sistema bilaterale le condizioni dell’accordo sono concordate tra gli Stati in lotta. Il rispetto dell’accordo dipende soprattutto dalla volontà delle parti. Le garanzie esterne, spesso per mano di una o di un’altra potenza, sono limitate o assenti.
Dal 1945 il tentativo di sottoporre le contese a regole condivise ha portato alla nascita dell’ONU e di un sistema multilaterale fondato sull’idea della sicurezza collettiva. La pace non è più considerata una questione riservata ai soli belligeranti, ma un compito dell’intera comunità internazionale, chiamata a svolgere una funzione di garanzia e, in certa misura, di arbitrato. Non si tratta più insomma di vincere la guerra, ma di impedirne lo scoppio o, in caso contrario, di vincere la pace. Da qui l’idea di accordi sostenuti da garanzie collettive, monitorati da missioni internazionali, rafforzati da risoluzioni delle Nazioni Unite e inseriti in un quadro giuridico che coinvolge attori esterni ai contendenti. Un simile modello riduce il rischio di nuove ostilità, ma comporta inevitabilmente anche una limitazione della piena sovranità degli Stati interessati. È proprio questo aspetto a renderlo sempre meno accettabile nel clima di revival vestfaliano che caratterizza l’attuale fase internazionale. Potenze come Stati Uniti, Russia e Israele mostrano una crescente insofferenza verso organismi e norme sovranazionali percepiti come vincoli alla propria libertà d’azione. Di conseguenza, come si è visto nei recenti conflitti a Gaza e nel Golfo Persico, si tende più spesso a presentare come «pace» ciò che è in realtà una semplice tregua o un fragile armistizio: accordi negoziati lontano dai riflettori, privi di efficaci meccanismi di garanzia e accompagnati dalla promessa che le questioni irrisolte saranno affrontate in futuro. In questo quadro, organismi evocati per gestire il dopoguerra – come il fantomatico Board of Peace – rischiano talvolta di assolvere una mera funzione simbolica e di propaganda, più utile alla comunicazione politica che alla costruzione di una pace stabile.
Non è che le potenze rifiutino in toto il sistema multilaterale o intendano abbandonarlo; cercano però di piegarlo alle loro esigenze, in modo da assicurarsi i vantaggi della cooperazione senza rinunciare alla libertà di azione che deriva dalla loro forza. Tornando alla metafora sportiva, il sistema internazionale attuale è come un campionato del mondo in cui alcune squadre, più uguali delle altre, sono soggette a regole diverse, decidono la conclusione dell’incontro nel momento più conveniente e si dichiarano vincitrici pur tenendo nascosto il risultato finale. E alle altre formazioni, cioè a noi, non resta altro che applaudire e dire come sono state brave.