Sale sul Titanic e sbarca al Mulino Bianco

Classe 1981: ma chi è Piero Marchesi? Nell’estate del 2022 era stato protagonista del ritratto Pubblico&Privato sul Corriere del Ticino e oggi ne riproponiamo una sintesi. Il politico lo conosciamo: presidente dell’UDC, consigliere nazionale, sindaco di Tresa e, dal prossimo ottobre, consigliere di Stato. Ma prima delle cariche elettive c’è il ragazzo di Monteggio, cresciuto in una famiglia unita e nella dimensione schietta della vita di paese. Malcantonese DOC, attinente di Sessa, con un ramo familiare che sale fino alla Valle di Blenio. Sua madre è una Frusetta di Prugiasco; nonna Maria preparava la gazosa all’Osteria Frusetta e nonno Giovanni, detto «Svizzer», la distribuiva in valle. Da quelle parti Piero, più che il presidente dell’UDC, è ancora «il nipote dello Svizzer». Un soprannome che, nel suo caso, sembra quasi un programma politico scritto dal destino. A scuola non era esattamente il sogno di ogni docente. Intelligente-perspicace, sì, ma con quella che lui stesso ha definito «pigrizia scolastica adolescenziale»: il minimo indispensabile sui libri, molta voglia di giocare e una discreta inclinazione a fare casino con i compagni. Per contenerli era stato inventato persino il «comportometro», un quaderno sul quale gli insegnanti annotavano le intemperanze della giornata e che, la sera, andava sottoposto alla firma dei genitori. Una procedura severa; non abbastanza, pare, da impedire alla compagnia di divertirsi.
Terminate le Medie, Marchesi non imbocca la strada del liceo. Sceglie un apprendistato di elettricista, attirato dal lavoro manuale respirato in famiglia: racconta, con ammirazione, che sua madre sa posare le piastrelle come una professionista. Quello che poteva sembrare un percorso breve diventa l’inizio di una lunga scalata: apprendistato concluso con ottimi risultati, diplomi superiori, maestria e infine un Executive MBA alla SUPSI. È anche da qui che nasce una delle sue battaglie: non esistono soltanto liceo e università, e chi sceglie la formazione professionale non è un giovane di serie B. L’università si può sempre fare in seguito, Marchesi lo dimostra.
Il mestiere diventa impresa. Nell’azienda dove è consulente Marchesi conosce preventivi, clienti, apprendisti, scadenze e quella concretezza che trasferirà pari pari nel linguaggio politico. Ancor con più convinzione nelle ditte dove è titolare, come la fiduciaria Ticiconsult Sagl, fondata con Marco Chiesa. Lo Stato, nella sua visione, dovrebbe assomigliare un po’ di più a un’azienda: meno passaggi, meno burocrazia, responsabilità riconoscibili e risultati misurabili. Gli avversari gli ricordano che un Cantone non è una SA. Lui, però, continua a cercare il filo giusto nel quadro elettrico dell’Amministrazione.
Quando stacca cammina in montagna, corre nei boschi del Malcantone o pedala. I rettilinei lo annoiano: meglio sentieri, radici e fatica. Durante le uscite si ferma talvolta per annotare un’idea, perché sostiene che lo sforzo liberi la mente. In Valle di Blenio ritrova anche le origini materne e il Lago Retico, dove in occasione della scarpinata dell’estate di quattro anni fa non resiste alla tentazione di tuffarsi, persino con l’acqua a dodici gradi. Il tuffo non sarà da manuale, ma è deciso. Un po’ come lui. Poi ci sono i motori. Marchesi è stato pilota di rally e ha disputato diversi campionati svizzeri. Proprio al Rally del Ticino ha conosciuto Claudia, diventata sua moglie e madre di Reto.
La carriera pubblica nasce nel Comune. Prima municipale e sindaco di Monteggio, poi sindaco di Tresa. Nel gennaio 2016 prende la guida dell’UDC ticinese, allora ancora una formazione contenuta. Sotto la sua presidenza il partito cresce, si struttura e smette - per usare una sua immagine - di stare in una «cabina telefonica».
Nel 2019 arriva l’elezione al Consiglio nazionale. A Berna porta i dossier cari alla destra democentrista: immigrazione, frontalieri, sicurezza, sovranità, rapporti con l’Unione europea, fiscalità e difesa delle PMI. Il tono è diretto, le immagini spesso taglienti. Il Governo ticinese diventa prima il «Mulino Bianco», poi l’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre a bordo scorrono ostriche e champagne. Nel 2023 corre per il Consiglio di Stato sulla lista Lega-UDC. Norman Gobbi e il nemico giurato Claudio Zali arrivano davanti; Marchesi resta primo subentrante. Ma la politica ha curve imprevedibili, quasi quanto un rally. I rapporti con Zali si logorano, l’UDC lo indica come «pietra d’inciampo» dell’alleanza e decide di preparare una corsa autonoma per il 2027. Poi, poche settimane fa, Zali cade, diciamo così, in disgrazia e annuncia le dimissioni. Il primo della fila, ironia della sorte, è proprio Marchesi.
Dal 1. ottobre dovrà lasciare Berna e il Municipio per entrare a Palazzo delle Orsoline. Per l’UDC è un passaggio storico; per lui, la prova più difficile. Dovrà trasformare sicurezza, meno burocrazia e sostegno alle imprese da parole d’opposizione in decisioni condivise con altri quattro ministri. In montagna preferisce i sentieri ripidi. Ora ne affronta uno nuovo: scoprire se sarà Marchesi a cambiare il Governo o se, tra collegialità e compromessi, sarà il Governo a cambiare lui.
