Stan, un'impronta fatta di stelle

Se ci pensate, fa quasi rabbia. Com’è che Stan Wawrinka non viene vissuto, universalmente, come un numero uno? È vero, non lo è stato ufficialmente, non nel ranking dell’ATP. Lì si è fermato al numero 3. Ma è comunque salito fin lassù a inizio 2014, quando Rafa Nadal e Novak Djokovic erano ancora al top. E quando Roger Federer ancora non si era rassegnato all’età che già avanzava. Con quei tre al meglio del loro tennis, con Andy Murray tra le scatole, Stan è stato numero 3 al mondo. Significa che si è messo due di quelli lì alle spalle, almeno per una parentesi della sua carriera. E poi, sempre in quegli anni, ha vinto tre tornei del Grande Slam, tre diversi, su tre superfici diverse. Ha saputo vincere in Australia, poi in Francia, quindi negli Stati Uniti. A Melbourne riuscì nell’impresa di battere ai quarti Djokovic (dopo aver perso 14 incontri diretti) e in finale Nadal. Nello stesso torneo. Nessuno ci era mai riuscito. Lui sì. Lo stesso che qualcuno si ostina a non vedere come un numero uno. Ha vinto anche una Coppa Davis. Lo ha fatto con Federer, certo, ma da trascinatore. Era stato lui a caricarsi il fenomeno sulle spalle e a portarlo dritto alla meta. Una Coppa Davis non si vince mai in solitaria. Oggi attribuiamo quella Coppa più a Roger che non a Stan. Perché?
Stan merita una risposta. Non è mai stato da lui chiedere risposte - né favori - agli altri, ma in questo caso gliene dobbiamo una. Perché vederlo giocare è stata una libidine. Ma non glielo diciamo mai pubblicamente, non abbastanza apertamente. Chi ama il tennis deve per forza aver amato Wawrinka e quel suo rovescio a una mano che è stato poesia. E poi il diritto solido, profondo. Stan, eccezionale nel trasferire il peso del corpo nella spinta sulle gambe. Non aggraziato, quello no, ma l’armonia sprigionata era legata alla potenza muscolare, al controllo dei colpi attraverso il corpo. Stan Wawrinka è stato unico. Non abbiamo mai sentito nessun paragone credibile tra il suo tennis e quello di altri artisti della racchetta. Ma allora, di nuovo, che cosa gli è mancato? Perché evidentemente qualcosa deve essergli mancato, se molti faticano a vederlo immenso e a raccontarlo come tale. È forse un problema nostro/loro, di mancata comprensione della grandezza? Di ignoranza tennistica? Non ha senso. Deve esserci qualcosa di più.
Ma qui si entra in un’altra sfera, che è quella della personalità. Non è mai stato personaggio, al punto da vivere un’intera carriera con uno sponsor tecnico minore, mai al centro dell’interesse di grandi marchi internazionali. Si è fatto bastare quel che arrivava. Anche perché, comunque, dal tennis ha guadagnato moltissimo. Con gli altri quattro di mezzo, ha perso anche tanti incontri importanti, non è stato altrettanto costante. Eppure ha vinto i titoli maggiori, lo abbiamo già detto. Non è bastato per fare gola ai geni del marketing. Se pensiamo a Stan, ovviamente ricordiamo il suo gesto, il dito alla tempia, come a dire «Ci sono», «La mia mente è qui, mi aiuta ora», «È tutta una questione di testa». Eh già, se l’è pure tatuato sul braccio: «Ever tried. Ever failed. No matter. Try Again. Fail again. Fail better». Una citazione da Samuel Beckett che sa di percorso motivazionale. Ma che sa pure di paradosso. Perché in quel motto non c’è solo la crescita dell’uomo e dell’atleta, ma anche la consapevolezza dell’essere fallibile. Il fallimento come unica condizione possibile.
E questa consapevolezza diventa quasi commovente, se attribuita a Stan. Alla sua pacatezza - quasi timidezza - nel festeggiare le vittorie. Alla sua modestia nel sopportare, senza rabbia, le sconfitte. Con quegli occhi lucidi, non tanto di lacrime, quanto di fatica, di abnegazione. Ha amato il tennis fino all’ultima pallina - che forse giocherà stasera -, al punto da arrivare persino oltre la soglia, oltre quel limite che tutti noi avremmo posto per lui almeno qualche mese prima. Chissà perché poi? È che non ci è mai piaciuto vederlo perdere. E nel corso di quest’ultimo anno di tennis ha perso tanto, e male. Ha dovuto quasi elemosinare wild card che ci sembravano scontate. Ma che non lo sono in un mondo devoto al guadagno e agli interessi del presente. Stan ha fatto bene ad andare avanti, a godersi quest’ultimo giro. Per amore del tennis e per la necessità di avere il nostro sguardo posato sul suo tennis. Lo abbiamo ammirato e abbiamo tifato per lui. Abbiamo accolto ogni sua sconfitta come ineluttabile e ogni sua vittoria - tutte, davvero, nessuna esclusa - come il giusto premio al tennista che era e che è stato e che ancora è. Stan Wawrinka è stato il numero uno nell’epoca dei più grandi numeri uno. Ora che sta per lasciare il circuito, ci piace credere che lascerà, lì sul campo, una proiezione luminosa, un’impronta fatta di stelle, un’ombra, del suo rovescio lungolinea. Quel gesto rimarrà per sempre. Lui rimarrà per sempre. Altro che.
