Il commento

Sugli aiuti a Crans-Montana un dibattito doveroso

Chi pensava a tutti i gruppi politici allineati, magari addirittura a una votazione all’unanimità per dare un segnale forte che «la Svizzera c’è», non aveva fatto i conti con la complessità di una vicenda che continua a occupare le prime pagine dei giornali
©Gabriele Putzu
Paride Pelli
03.03.2026 06:00

Si prevede che la discussione al via domani agli Stati sulla Legge urgente voluta dal Governo per venire in aiuto alle vittime di Crans-Montana, e per tamponare le conseguenze civili e penali della tragedia, non sarà tranquilla. Chi pensava a tutti i gruppi politici allineati, magari addirittura a una votazione all’unanimità per dare un segnale forte che «la Svizzera c’è», non aveva fatto i conti con la complessità di una vicenda che continua a occupare le prime pagine dei giornali, non solo del nostro Paese. Sul tavolo, in effetti, c’è molto.

Fra contributi unici di solidarietà ai feriti gravi e alle famiglie delle persone morte in quel maledetto rogo di Capodanno, stanziamenti per eventuali soluzioni extragiudiziali e aiuti finanziari ai Cantoni interessati, parliamo di un pacchetto da 35 milioni di franchi di soldi pubblici. La precisazione non è pleonastica: si tratta di denaro versato da tutti noi contribuenti. È proprio questo uno dei motivi del serpeggiante malumore in alcuni partiti, a partire dall’UDC: per quanto gravissima, la tragedia di Crans è comunque ascrivibile, almeno stando agli esiti delle indagini svolte finora, a responsabilità di privati cittadini di uno specifico Cantone. C’è il rischio di creare un precedente, al netto di eventuali rivalse successive, che di solito si rivelano molto poco proficue. Ma nella sostanza non è nemmeno una questione di mera contabilità. Se la Confederazione dovesse intervenire per alleviare ogni disastro «privato» simile a quello accaduto al Constellation, passerebbe il principio di una deresponsabilizzazione generale, di cui tutti pagheremmo pegno, nel vero senso del termine.

Si tratta di appunti condivisibili. Ci sono però anche delle buone ragioni a sostegno di questa Legge del Consiglio federale. Fino ad oggi, non pochi si sono lamentati della distanza tenuta dal Governo, con l’eccezione della cerimonia nazionale a Martigny per commemorare le vittime, verso le ripercussioni della tragedia. C’è stato chi ha chiesto apertamente la centralizzazione non solo della comunicazione, che potrebbe essere opportuna e doverosa ancora oggi, ma addirittura delle indagini. Ora Berna sta mostrando di voler intervenire non tanto nell’identificazione dei colpevoli, compito che doverosamente resta alla procura di Sion, ma sulla prospettiva generale del processo che, prima o poi, verrà avviato. Non certo per influenzarne procedure ed esiti, ma per evitare che si giochino battaglie all’ultimo sangue da cui tutti, compresi i famigliari delle vittime, uscirebbero psicologicamente e mediaticamente distrutti.

L’intenzione di voler privilegiare, con adeguati stanziamenti, le soluzioni extragiudiziali, è da leggersi in quest’ottica. È una proposta ispirata alla nostra tradizionale cultura giuridica, concreta e poco amante di quella giustizia-spettacolo che va di moda altrove, con risultati, peraltro, incerti e discutibili. Ora tocca al Parlamento decidere, con la dovuta urgenza. Non si tratta, votando una sola Legge, peraltro migliorabile, di chiudere in anticipo il processo ai colpevoli e ai loro eventuali complici. Bensì di mettere sui binari giusti, dopo tanto disordine iniziale e una clamorosa mancanza di empatia che non hanno reso giustizia all’immagine del nostro Paese, l’elaborazione umana e giuridica di una tragedia che ha visto la Svizzera in prima linea, anche come numero di vittime.

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