Talenti in fuga

La scelta di Alessandro Romano e quella di Winsley Boteli. E poi, in filigrana, la politica dell’ASF, che si ritrova a fare i conti con un’emorragia di potenziali nazionali, cresciuti in casa, punti di forza delle selezioni giovanili, ma pronti a voltare le spalle ai colori rossocrociati sul più bello, quando si profila la candidatura per un posto nella rappresentativa maggiore. L’ultimo esempio - insieme a Romano - è quello dell’U21 Dion Kakuri, centrocampista cresciuto nel Basilea e in forza all’Austria Lustenau, che ha deciso di accettare la chiamata del Kosovo. Poco male, si dice che non sia un fenomeno.
Pier Tami, responsabile della nazionale rossocrociata, in un recente incontro organizzato dal Panathlon di Lugano ha parlato dell’argomento e ha rintuzzato le critiche di qualche ex giocatore, che - come Valon Behrami e Blerim Dzemaili - riferendosi al caso Romano hanno parlato di «dormita clamorosa» e di «errore immenso sotto tutti i punti di vista» da parte dell’ASF.
A conti fatti, finora, a voltare le spalle alla Federcalcio svizzera sono state soltanto figure di secondo piano, che nella nazionale maggiore rossocrociata non avrebbero trovato spazio con continuità. Le eccezioni? Mladen Petric (attaccante, Croazia, nel primo decennio del 2000) e Ivan Rakitic (centrocampista, sempre per la Croazia, dal 2007). Alzi la mano chi si ricorda, invece, degli altri che hanno «tradito». Tami ha ribadito un concetto: l’ASF vuole che a vestire la maglia della Svizzera siano calciatori convinti della propria scelta, capaci di identificarsi al 100% nel progetto rossocrociato. La nostra Federcalcio non è intenzionata a prestarsi a giochini ambigui, nel senso di promettere la luna a giovani calciatori cresciuti in Svizzera ma dalla doppia nazionalità, facendoli debuttare nella nazionale A solo per evitare una eventuale fuga verso il loro Paese d’origine.
Chiamiamola concretezza, razionalità, oppure onestà, e facciamo il confronto con l’opportunismo e la disinvoltura di altre federazioni, che non si curano degli interessi dei calciatori, facendosi gli affari loro.
Tami ha proposto un esempio, quello del talento svizzero-bosniaco Eman Kospo, trascorsi nelle giovanili del Barcellona, passato alla Fiorentina e oggi al Mantova. A 18 anni si è visto offrire il palcoscenico della nazionale bosniaca: ha debuttato contro San Marino, precludendosi un futuro in rossocrociato, ma per intanto quella presenza è rimasta un episodio isolato. Il debutto ha assicurato alla Bosnia l’eterna… fedeltà del calciatore, chissenefrega se poi non c’è stato un seguito e Kospo è tornato nelle selezioni giovanili.
Se Alessandro Romano fosse mio figlio, mi guarderei bene dall’approvare la sua scelta di vestire l’azzurro. Gli direi di aspettare e riflettere, un gran gol e un buon inizio di campionato in Serie A non sono la garanzia di una presenza continua in una nazionale italiana in piena fase di ricostruzione e alla disperata ricerca di nuovi talenti. Romano sarà anche bravo, ma per la definitiva consacrazione deve percorrere ancora un lungo cammino. Visti i nominativi di giovani prospetti che sono finiti sull’agenda di Roberto Mancini, possibile che non lo sfiori il dubbio di essere destinato a recitare la parte dell’utile idiota? Si possono capire le motivazioni economiche della sua scelta: l’azzurro farà aumentare il suo valore di mercato e la possibilità di staccare un lauto assegno alla prossima firma contrattuale, ma forse la famiglia e i suoi agenti dovrebbero educarlo alla calma e alla pazienza, che alla lunga vincono sempre. Quanto all’ASF, mi pare interessante il consiglio di Dzemaili: faccia parlare i giovani dal doppio passaporto con qualche ex-calciatore che ha già vissuto la stessa situazione. Potrebbe uscirne qualche consiglio interessante.
