Pensieri di libertà

Tra Bildung e apprendimento

Nel mondo della scuola, in Ticino, in Svizzera e altrove nel mondo si assiste al passaggio dal «modello della Bildung», o formazione, al «modello dell’apprendimento»
©CdT/Chiara Zocchetti
Francesca Rigotti
Francesca Rigotti
02.04.2026 09:07

Nel mondo della scuola, in Ticino, in Svizzera e altrove nel mondo si assiste al passaggio dal «modello della Bildung», o formazione, al «modello dell’apprendimento». Il mondo pedagogico e quello politico reputano vincente il secondo, considerato moderno e adeguato ai tempi della digitalizzazione del mondo. Si moltiplicano però assemblee e convegni critici: a uno di questi ho partecipato, il 16 marzo scorso nel liceo di Bellinzona, organizzato e diretto da due insegnanti di filosofia, Ugo Balzaretti e Davide Vicini, con la partecipazione di Rita Casale (Università di Wuppertal), Luca Illetterati (Università di Padova), Fabio Merlini (IUFFP) e mia.

Si dice che la Svizzera abbia uno stile di pensiero e di azione «bottom up», dal basso verso l’alto, pragmatico e processuale; una buona pratica democratica, che prima di far calare una riforma dall’alto, come la riforma delle scuole di maturità liceale, interroga chi la scuola la vive, insegnanti e magari anche allievi; e poi però li ascolta.

Li ascolta anche quando sollevano problemi rispetto all’adozione tout court del «modello dell’apprendimento», basata sulla acquisizione di abilità e competenze e sul cosiddetto «imparare a imparare» (come? che cosa?), che risponde a una concezione antropologica pragmatica, specialistica, basata sull’utilità e il valore economico, e che ha come obiettivo il mercato. Li ascolta anche quando, come durante il nostro incontro, chiedono di non buttar via il bambino insieme all’acqua sporca e se ci sia (c’è, c’è) qualcosa da salvare in una Bildung poggiante su di una concezione antropologica idealistica, generalista, basata sul giusto e sul vero e che ha come obiettivo la cittadinanza libera e democratica, il bene pubblico, la vita buona.

Si è visto durante l’incontro come l’impostazione competenziale dell’apprendimento adottata da tempo negli USA venisse dichiarata fallimentare già nel 1958 (sic) dalla prominente filosofa e teorica politica Hannah Arendt: la nuova pedagogia aveva fallito e i bambini non sapevano più leggere. Su questo punto Arendt ricordava anche la crisi dell’autorità e della fiducia verso le istituzioni, la scuola, la scienza, la politica... Oggi, settant’anni dopo, si accorda fiducia ai social e alla pubblicità, che offrono soluzioni immediate e poco impegnative a problemi lunghi difficili e complessi, e si riconosce autorità agli influencer.

Concludo in maniera aperta, rivolgendo a chi legge la stessa domanda che ci siamo posti noi: siamo sicuri che privilegiare un «insegnamento in genere», ancorato su presunte disposizioni naturali e sociali, che privilegia l’apprendimento come attività di dominio tecnico del mondo esercitata grazie all’acquisizione di abilità sia una mossa adeguata a promuovere, non l’indottrinamento, ma una possibile liberazione?