Una cappa angosciosa di fatalità

Spesso nel giornalismo la tentazione è quella di accostare due fatti di cronaca e di forzare alcune analogie. È una pratica da usare con cautela, perché ha un effetto immediato, di superficie, ma scende poco in profondità nelle cause e nelle conseguenze di una singola tragedia. Tuttavia è impossibile fare a meno di sottolineare alcune preoccupanti somiglianze tra il rogo di Crans-Montana e quello che, l’altro ieri, ha provocato sei morti e cinque feriti a Kerzers.
Anche in quest’ultimo caso, si parla di corpi talmente sfigurati dalle fiamme che il capo della polizia del canton Friburgo ha già messo le mani avanti: «Per il riconoscimento delle vittime ci vorrà del tempo». Intanto, le persone toccate dalla tragedia «riceveranno tutto il sostegno psicologico di cui hanno bisogno» da un Care Team. I feriti sono stati trasportati, anche in elicottero, in diversi ospedali, tra cui Zurigo. Tre di loro sono gravi. Non sono poi mancate polemiche con i media: il presidente del Consiglio di Stato friburghese li ha invitati a evitare frenesie, «per il bene delle famiglie delle vittime».
Sono previste alcune cerimonie di raccoglimento in memoria di vittime e feriti. Intanto, si aspetta di sapere qualcosa di più su quell’«atto deliberato senza movente ideologico» che secondo gli investigatori sarebbe, per il momento, la causa dell’incendio sull’autopostale. Insomma, si è precipitati di nuovo in un’atmosfera che, da gennaio scorso, conosciamo purtroppo molto bene. Come per Crans-Montana, su tutta la vicenda di Kerzers grava una pesante e angosciosa cappa di fatalità.
Come il 1. gennaio di quest’anno, dopo nemmeno quattro mesi, in una Svizzera che ritenevamo e riteniamo ancora uno dei Paesi più sicuri al mondo, abbiamo potuto ascoltare frasi e vedere immagini che ci stanno turbando nel profondo dell’animo, proprio perché desideravamo non sentirle mai più. Sono gli effetti inconsci e automatici della tragedia accaduta al «Constellation». Serviranno davvero anni per metabolizzare quella notte.
