Un’eroica principessa

Una figura da ricordare per il suo straordinario impegno nell’affermazione della libertà e della donna come protagonista nella vita sociale e non come semplice accompagnatrice delle gesta maschili è Cristina di Belgioioso, che se ne andò il 5 luglio di centocinquanta anni fa. Soggiornò un po’ a Lugano e contribuì a scrivere pagine importanti della storia italiana. Aveva un’antica origine della Mesolcina, dove nel Cinquecento la sua famiglia era dominante con Gian Giacomo Trivulzio. Questa origine permise alla Confederazione di non doverla espellere dal Paese, come chiedevano gli austriaci che ne temevano le iniziative. Fra Piazza Cioccaro e Milano fu un punto di collegamento per l’indipendenza della Penisola dall’impero. Giornalista e scrittrice, dal Vela a Mazzini, fino a Garibaldi, la bella principessa coltivò relazioni e profuse aiuti determinanti. Fu lei che, infermiera volontaria sul campo, compose la salma di Emilio Morosini, che diciottenne era con Luciano Manara e Enrico Dandolo a difendere la Repubblica romana ma fu colpito. I nemici francesi quando passò il suo corpo sospesero il fuoco e gli resero l’onore delle armi. Da ragazzo aveva vissuto fra Milano, Varese e Vezia, a casa sua, e prese lezioni di musica da un giovane destinato alla storia, Giuseppe Verdi. Sua mamma era figlia di un diplomatico svizzero e la famiglia paterna a Venezia è nella storia. La bella Belgioioso fu amica della scrittrice Jessie Withe Mario, che sui campi di guerra soccorse e curò i feriti, come fece Henry Dunant che avrebbe fondato la Croce Rossa, dopo che come lei a Solferino aveva visto le peggiori atrocità. Era moglie del generale Alberto Mario, comandante di Stato Maggiore a Mentana e sciabola gloriosa dello sbarco a Marsala, il quale, amico e biografo di Carlo Cattaneo, fu esule a Lugano; anche Jessie a Napoli avrebbe imbracciato il fucile antiborbonico. Giuseppe Garibaldi qui sarebbe andato a casa dei fratelli Filippo e Giacomo Ciani, dove anche Pellegrino Rossi, il ministro di Pio IX, aveva visitato le cantine in cui si stampavano volantini antiaustriaci e qualche libello di circostanza. Jessie Mario scriverà nel 1882 «La vita di G. Garibaldi». Una notte, furtivamente, un «capellone» rossastro scivolava fra il lungolago e via Nassa. Non avrebbero potuto sapere chi fosse le guardie civiche di picchetto. Entrò nel palazzo Riva, dove soggiornava la Belgioioso che raffigurata da Francesco Hayez nel suo fascino ammaliante lo accolse. Non c’erano i cronisti allora ma la storia poi emersa dice che il generale ripartì con una bella somma, offertagli dalla principessa per pagare i due bastimenti per l’impresa dei Mille. Era una salottiera solo per cultura e politica. Da molti liberalisti francesi ebbe ammirazione. Solo Mazzini, per sue ripicche, sebbene si incontrassero spesso non la sopportava molto. La sua virtù principale fu quella di aderire, sostenere e combattere non perché voleva l’affermazione della donna ma l’affermazione delle idee libertarie e egualitarie nei confronti dello Stato, della vita e della storia. Poiché sorvegliata operò con grande discrezione. I palazzi Belgioioso a Milano erano controllati ma lei era qui o in Francia. E non mancò di frequentare un’altra nobile famosa, che qui aveva portato il figlio Alessandro Manzoni a studiare dai padri somaschi, e secondo alcuni aveva una relazione col Taglioretti padrone d’albergo e fratello del caduto sotto i fuochi dei cisalpini: Giulia Beccaria, il cui padre aveva cambiato il senso del dovere verso le leggi codificate. Forse fu Cristina di Belgioioso a consigliare all’amico Franz Listz di soggiornare a Lugano. Nelle Cinque Giornate di Milano una mano l’aveva tesa anche la Belgioioso. E la risposta agli austriaci da parte della Confederazione non espellendola da qui fu coerente e dignitosa: contava il luogo d’origine e da qui non la mandiamo via. Fu lei ad andarsene a finire la sua opera umanitaria e di impegno di donna forte, nonostante qualche grave dramma familiare vissuto. Se il Trivulzio suo antenato fu uno un po’ feroce, lei fu un’eroica figura che fra qualche perduto amore e malattia non perse la forza di credere che soltanto la libertà può dare ai cittadini la dignità. I salotti francesi e Parigi non erano per lei incontri di mondanità ma di conoscenze e scambi. E fu emblematica la sua amicizia con lo svizzero fiorentino Giovan Pietro Vieusseux, fondatore della prima rivista europea, la Nuova Antologia, che significava dialogo e confronto.
