USA e Cina in difficoltà e adesso c’è un bivio

L’incontro tra il presidente USA Trump e il leader cinese Xi Jinping è ora previsto per giovedì-venerdì di questa settimana. Se non subirà altri rinvii e se dunque davvero si terrà, sarà un passaggio non secondario per comprendere le possibili prospettive geopolitiche ed economiche. È una sorta di bivio. Non fare l’incontro sarebbe un messaggio solo negativo. Farlo significa rischiare che non serva a nulla, ma anche giocarsi la possibilità di avere invece qualche spiraglio. La notizia di questo vertice in terra cinese è comunque un’occasione per vedere come Washington e Pechino si presentino alla scadenza e quali siano i possibili punti principali del confronto.
Sia gli USA sia la Cina arrivano al vertice con problemi consistenti. Con una differenza: che gli Stati Uniti questi problemi li hanno in gran parte determinati – soprattutto con i dazi e con le operazioni militari – mentre la Cina i problemi li sta subendo, questa volta non per propria iniziativa. Ciò comporta un diverso approccio sui tempi e sui modi del confronto. Gli USA hanno infatti, al di là delle parole di Trump, una certa fretta di uscire dal vicolo in cui si sono infilati, mentre la Cina, pur soffrendo, punta sulla sua linea di attesa.
È difficile pensare che la guerra di USA e Israele contro l’Iran non sia in cima alla lista. Gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita, se la trovassero prima dell’incontro la potrebbero portare in Cina come atto di buona volontà, se non ci riuscissero dovrebbero comunque tener conto dei buoni rapporti di Pechino con il regime iraniano. La Cina ha interesse al superamento della guerra da una parte per ragioni geopolitiche e dall’altra per ragioni economiche, essendo compratrice di petrolio iraniano; il blocco di quote di produzione di greggio in Iran e nell’area mediorientale e l’impossibilità di navigare normalmente nello Stretto di Hormuz sono problemi per molti, ma in modo particolare per la Cina.
La gran parte degli esperti concorda sul fatto che Trump voglia far pesare ancor più che in passato la posizione di forza degli USA nel petrolio, grazie soprattutto alla ingente produzione interna, al controllo riacquisito sul greggio venezuelano e, appunto, alla possibilità di condizionare il petrolio mediorientale. Il regime cinese potrebbe usare maggiormente la sua diplomazia per far diminuire o cessare i conflitti bellici in Medio Oriente, ciò è anche nel suo interesse. Ma pare poco realistico che Pechino non continui in parallelo a far pesare i suoi punti di forza. Da tempo si è capito che la preponderanza cinese nelle terre rare, importanti per una serie di industrie sia tradizionali sia legate alle nuove tecnologie, gioca un ruolo rilevante. Pechino riduce o amplia il suo export di terre rare, di cui gli USA e tanti altri hanno bisogno, anche a seconda delle situazioni geopolitiche. E infatti molti analisti parlano ormai di petrolio contro terre rare.
Ma è anche difficile che la Cina faccia un accordo con gli USA nella filiera Iran-petrolio-terre rare senza proferir parola su altri capitoli di spessore. Sul piano geopolitico ci sono la guerra dovuta all’invasione russa dell’Ucraina (con Pechino che sta con Mosca, ma tenendosi un margine) e ancor più, dal punto di vista cinese, la questione della rivendicata Taiwan, difesa da USA e Occidente. Sul piano economico è ancora aperta la vicenda dei controproducenti dazi di Trump contro il resto del mondo, con mano non leggera verso la Cina. Una parte dei dazi è sospesa dopo i pronunciamenti di giudici USA, ma un’altra parte non è scomparsa e Trump ne minaccia altri. È più che probabile che i cinesi risollevino l’opportunità di ridurre se non annullare i dazi, dai quali si difendono bene ma che restano un ostacolo. E che indichino anche la necessità di inquadrare i commerci tra i due Paesi con intese che non ostacolino gli scambi su versanti strategici per l’uno, per l’altro o per entrambi. Il Medio Oriente e il petrolio sono in cima, ma c’è anche molto altro, per questo e, forse, per altri vertici.
