Demolire è molto più facile che costruire

C’è chi vuole azzoppare e gambizzare la RSI con la scusa che costa troppo, ma è una scusa dietro la quale ci sono intenti d’ogni genere, alimentati da cattiveria, vendetta, invidia, frustrazione (i social sono lo sfogatoio peggiore), menefreghismo, qualunquismo, interessi personali, strategie politiche di Neri contro Rossi. C'è poi un incrollabile e pericolosissimo individualismo che si appella al costo eccessivo ma non vuole considerare quali saranno le gravi ricadute su molti settori, su molti attori coinvolti nell’impianto produttivo della RSI. Senza nemmeno considerare che, perché fa molto comodo ignorarlo, aldilà del presupposto formale del possesso dell’apparecchio, il canone radiotelevisivo richiama l’idea di un finanziamento collettivo di un servizio pubblico che opera sulla base di un mandato preciso: garantire un’informazione corretta, indipendente e pluralista, contribuire alla formazione dell’opinione democratica, promuovere la cultura e la diversità linguistica del Paese, assicurare memoria, coesione sociale e attenzione alle minoranze, la nostra. Alla resa dei conti vale il detto chi più spende meno spende, perché per certi servizi, come per lo sport, si dovrà ricorrere ad altri canali mediatici che non lavorano di certo per la gloria, non fanno beneficenza o filantropia e perciò bisognerà pagare di più. Non ho mai né lavorato né collaborato con la Rsi, perciò non ho nessun interesse sotterraneo, ma ho alcuni colleghi con i quali mi confronto e tra le diverse difficoltà con cui si scontrano c'è il fatto che un giornalista Rsi non può, in modo assoluto, fare il giornalista d'assalto (come succede in altri paesi) proprio perché deve rispettare rigorosamente il mandato e non può esprimere considerazioni di parte senza separare l'informazione dal commento e dai fatti, così come vuole un certo tipo di giornalismo autorevole e serio. Non può nemmeno sollevare critiche tendenziose, senza aver verificato le fonti, e senza avere una condotta deontologica.
Rino Gaetano, alla manifestazione a Bellinzona, l’abbiamo sentito in diffusione, nella sua canzone riprodotta dagli altoparlanti, con il suo inconfondibile brano che ha risuonato in Piazza della Foca.
«C’è chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo, chi fa il contadino, chi ruba».
E poi c’è chi si è riunito formando un fiume di quattromila anime, e anche di più, creando un'energia e una forza incoraggianti, incontrandosi in Piazza per dire no all’iniziativa 200 franchi bastano, perché bastano 100 franchi in meno per sfiaccare un’azienda pubblica, per darle il colpo di grazia, per licenziare e mettere in ginocchio migliaia di famiglie e per cancellare una moltitudine di propaggini che vi gravitano attorno. Si tratta di piccole e medie aziende che danno lavoro a molte figure professionali.
Un Paese che vuole cancellare e indebolire anni di memoria collettiva, racchiusa negli archivi cartacei ed elettronici, nelle banche dati e nelle videoteche della Radiotelevisione, è un Paese che si dimentica di se stesso. È un Paese, il Ticino per intenderci, che toglie forza alla qualità mediatica.
Ma perché gli iniziativisti invece di migliorare la RSI senza indebolirla non propongono alternative costruttive? Si parla moltissimo di costi e poco di qualità. Tagliare le risorse, invece, è la soluzione più semplice ma la meno efficace perché una RSI sottofinanziata non diventa automaticamente più pluralista o più attenta ai cittadini. Al contrario, rischia di diventare meno innovativa, immotivata, più dipendente da logiche commerciali e quindi meno capace di svolgere il proprio ruolo di servizio pubblico. Colpire il finanziamento significa colpire il cuore del sistema, non correggerne le eventuali distorsioni e anomalie.
Un mio professore di «Teoria delle organizzazioni» ci parlava del sistema della governance ma soprattutto dell'importanza della trasparenza nelle organizzazioni. Come fanno molti istituti di ricerca, quegli osservatori indipendenti che analizzano scenari su tv, stampa e web, con indagini approfondite sulla rappresentazione mediatica di temi e soggetti, attraverso l’integrazione di analisi quantitative e qualitative. Invece di ridurre i fondi, si potrebbe rafforzare un sistema che valuti l'operato dell’azienda, rendendola più accessibile per denunciarne gli intrallazzi politici, se ce ne fossero. Non si tratta di politicizzare la RSI, ma di dotarla di meccanismi di verifica credibili e indipendenti, in linea con la funzione che un servizio pubblico svolge in un sistema democratico, come quello svizzero.
In quest’ottica, avrebbe senso pensare a un organismo di vigilanza esterna, civico e realmente apartitico, che non abbia la funzione di salvaguardare interessi di sorta. Un organismo composto non da rappresentanti di partito, bensì da esperti dei media, rappresentanti della società civile e cittadini selezionati secondo criteri di trasparenza, sul modello delle giurie civiche. In questo modo si rendebbero pubblici elementi fondamentali come il pluralismo delle voci, l’equilibrio dell’informazione e il rispetto del mandato di servizio pubblico, non da ultimo anche la proporzionalità «partitica» di chi viene assunto, e di chi dirige il servizio pubblico. Sarebbe molto più intelligente introdurre valutazioni qualitative indipendenti, basate su criteri chiari e dichiarati: equilibrio delle fonti, distinzione informazione e commento, spazio dato a competenze reali, anche minoritarie, qualità del linguaggio utilizzato.
Non si tratta di stabilire cosa piace o cosa non piace, ma di misurare la coerenza con il mandato di servizio pubblico. Questo tipo di valutazione può essere affidato a gruppi indipendenti, non a istanze politiche. Spesso si invoca il «sentire dei cittadini», ma raramente lo si struttura. Un servizio pubblico moderno dovrebbe prevedere strumenti di partecipazione reale: consultazioni tematiche periodiche, canali di segnalazione motivata delle criticità, feedback strutturati che vadano oltre lo sfogo sui social. Il cittadino dovrebbe essere concepito non come bersaglio da tassare o da mobilitare contro qualcosa, ma come utente consapevole così da essere parte attiva del processo. Perché allora i promotori dell’iniziativa non battono queste strade, mentre propongono il taglio dei fondi che impoverisce?
Perché è risaputo che il taglio dei costi è immediato, e ideologicamente spendibile. Costruire meccanismi di controllo seri richiede molte competenze. Inoltre, un servizio pubblico fragile è meno autonomo. Se si considera il servizio pubblico un pilastro della democrazia, che il Ticino si è conquistato a fatica, è giusto pretendere qualità, trasparenza e responsabilità.
Cosa faremo in caso di gravi situazioni che coinvolgono il Paese, come è successo con l'immane disgrazia di Crans Montana, oppure se dovessero capitare attacchi, stragi catastrofiche, o eventi climatici estremi? Mandiamo il corriere a filmare con il telefonino che non funziona perché non riceve più il segnale? La scelta di non percorrere le strade alternative dice molto di più delle critiche che vengono mosse alla RSI.