Medio Oriente

Due Stati in Terra santa

L'opinione dell'ex diplomatico svizzero Flavio Meroni
©WILL OLIVER / POOL
Red. Online
30.09.2025 17:38

È innegabile che la politica attorno alla questione israelo-palestinese porti con sé l’impronta storica dell’interventismo occidentale e lì dovrà probabilmente tornare. In una sola frase della «Dichiarazione Balfour» destinata alla Federazione sionista il governo britannico, potenza allora dominante nel Medio Oriente, s’impegnava nel 1917 per la costituzione di una «nazione» ebraica in Palestina, nel rispetto dei «diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche». In tal modo il contorno «postcoloniale» del problema era già tracciato.

Ben-Gurion, nel 1948, non lascerà alcun dubbio sulla natura della nuova entità: uno «Stato-nazione del popolo ebreo», forzando 700'000 Palestinesi all’esilio. Firmando gli Accordi di Oslo del 1993 e 1995 gli israeliani Perez e Rabin s’impegnarono comunque davanti al presidente Clinton a lasciare Gaza e una parte della Cisgiordania al «governo» dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma la coalizione religiosa di Netanyahu arrivata al potere nel 1996 ha messo fine alla loro attuazione.

Se s’aggiunge a questo iniquo battesimo storico d’Israele, il terrorismo antisemita praticato da Hamas e la guerriglia antiaraba d’annessione condotta dai coloni in Cisgiordania, finanziati rispettivamente da Qatar, Iran e Stati Uniti, come non concludere con l’ex ambasciatore israeliano Elie Barnavi davanti all’interminabile sterminio di Gaza: «una soluzione sarà imposta o non ci sarà»?

In quest’ordine d’idee, il riconoscimento, dopo 37 anni dalla sua proclamazione, dello «Stato» di Palestina da parte del governo britannico, in particol modo, della Francia e di un’altra decina di Paesi europei non ha, come si vorrebbe far credere, solo un valore simbolico, ma di rottura con la consuetudine diplomatica occidentale di limitarsi a riconoscere il diritto all’autodeterminazione al «popolo» palestinese. A questo passo ha finalmente contribuito l’intenzione del governo israeliano, mai smentita, neppure dall'ultimo piano di pace, di passare all’annessione di fatto della Cisgiordania, territorio e principale elemento costitutivo di un futuro Stato palestinese quale definito dalle risoluzioni dell’ONU.

Micheline Calmy-Rey ricorda che vent’anni fa il Consiglio federale avrebbe preso in considerazione un riconoscimento solo quale compimento di un negoziato di pace, mentre oggi esso sarebbe necessario per crearne un presupposto. Non mancherebbero d’altronde neanche al nostro governo interlocutori in ambo i campi e piste di soluzioni da approfondire, a cominciare dalle riflessioni decennali dell’Iniziativa di Ginevra sulla praticabilità -necessariamente sotto un’autorità internazionale- della soluzione di due Stati per due popoli etnicamente omogenei o una «Confederazione della Terra santa» con uguali diritti per ambedue, che tolgano di mezzo l’inaccettabile rivendicazione «dal fiume al mare».

Purtroppo, dall’abbandono dell’Agenzia per i rifugiati palestinesi UNWRA, all’indifferenza davanti ai crimini umanitari e di guerra a Gaza condannati dalle istanze internazionali, alla necessità di creare i presupposti per un dialogo riconoscendo il diritto alla personalità internazionale d’entrambe le parti, sembra mancare oggi a Berna la volontà d’esercitare nei

fatti una politica della neutralità basata sul diritto internazionale e sulla sua difesa dove è assolutamente richiesta.