C'è un giudice anche a Washington che fa applicare la legge

Parafrasando la celebre frase attribuita al drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, «ci sarà un giudice a Berlino», si può ora dire che «c’è un giudice anche a Washington». Quella della Corte Suprema degli Stati Uniti era una decisione attesa da tempo, il cui esito era incerto: avrebbe potuto avallare la politica dell’amministrazione Trump, visto il peso preponderante della componente conservatrice al suo interno, oppure, come poi è avvenuto, porre un argine ai poteri presidenziali su uno dei punti qualificanti del programma politico di Trump: il protezionismo, declinato con lo slogan America First, come arma per riequilibrare i conti con l’estero. Già lo scorso maggio la Corte del Commercio Internazionale di New York aveva accolto i ricorsi presentati da dodici Stati USA a guida democratica e da cinque società che si ritenevano danneggiate dai cosiddetti dazi «reciproci» imposti dal presidente Donald Trump, il quale aveva invocato l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per dar loro un contorno giuridico. Ora, però, la Corte Suprema ha tracciato un limite netto: il presidente non può ricorrere a poteri emergenziali per aggirare il Congresso e imporre dazi in modo unilaterale e permanente. Di fatto, le tariffe commerciali annunciate lo scorso 2 aprile, così come quelle della «guerra al fentanyl» contro Cina, Canada e Messico, sono dunque illegali e Washington dovrebbe restituire i circa 175 miliardi di dollari già incassati. Il governo aveva detto che, in caso di sconfitta davanti al massimo tribunale, avrebbe usato altre leggi per tornare a imporre i dazi, ma non è chiaro se questa possibilità esista e in che misura dopo la decisione dei giudici.
La domanda che si pone è: che cosa succederà ora? Si ricomincerà con un periodo di incertezza? Le intese firmate negli ultimi mesi con i vari Paesi, tra cui la Svizzera, sono ancora valide? Bisognerà interrompere i negoziati avviati tra Berna e Washington per dare un quadro giuridico più stabile ai rapporti commerciali tra la Confederazione elvetica e gli Stati Uniti? E quali saranno le contromosse dell’amministrazione statunitense nei prossimi giorni? Ieri sera un rabbioso Trump in conferenza stampa ha detto che è pronto a firmare un ordine esecutivo con dazi aggiuntivi, oltre a quelli esistenti, del 10% verso tutti. La sentenza, a prima vista, sembrerebbe aver messo una pietra tombale sulla politica protezionista di Donald Trump. In realtà, la Corte Suprema ha ricordato a Trump che non può invocare ragioni di sicurezza nazionale attraverso la IEEPA per aggirare il Congresso e imporre dazi. Donald Trump può tuttavia invocare altre leggi, spesso con procedure più strutturate che coinvolgono indagini della US International Trade Commission. Queste includono autorità specifiche che coinvolgono indirettamente il Congresso per motivi di sicurezza nazionale, danni domestici e pratiche sleali. Un esempio è la Trade Expansion Act del 1962, che autorizza l’imposizione di dazi per proteggere la sicurezza nazionale da importazioni eccessive. È stato il caso di quelli imposti su acciaio, alluminio e auto già nel 2018 dallo stesso Trump e ancora in vigore. Oppure il Trade Act del 1974, che prevede la possibilità di imporre dazi come misura di ritorsione contro pratiche commerciali discriminatorie o sleali di altri Paesi. Questa legge prevede, tra le altre cose, anche la possibilità di introdurre dazi temporanei (150 giorni) per bilanciare deficit della bilancia dei pagamenti. In tutti i casi, però, la procedura sarebbe più lenta e coinvolgerebbe altre autorità, da commissioni specifiche del Congresso a altri enti delegati sempre dal Parlamento. Insomma, bisognerebbe trovare una mediazione politica, cosa che evidentemente urta la natura decisionista e narcisista di Donald Trump.
Da un punto di vista politico, la sentenza della Corte Suprema, oltre a ricordare alla presidenza degli Stati Uniti - chiunque sia a ricoprire la carica pro tempore - che i poteri, pur ampi, del presidente non sono assoluti, riafferma un principio fondamentale: essi vanno esercitati nel rispetto della Costituzione, delle leggi e soprattutto della separazione dei poteri e di quell’apparato istituzionale fatto di controlli e bilanciamenti tipici delle democrazie liberali. Una sottolineatura particolarmente significativa nell’anno del 250. anniversario della Dichiarazione d’indipendenza americana.
