L'editoriale

Crans-Montana, la Svizzera che tende sempre una mano

Non quella caricaturale, non quella dipinta con il pennello grosso dell’indignazione facile, ma quella reale, concreta, che nei momenti difficili risponde sempre presente
Crans-Montana. ©Boris Grdanoski
Gianni Righinetti
15.01.2026 06:00

Eccola, la Svizzera c’è. Non quella caricaturale, non quella dipinta con il pennello grosso dell’indignazione facile, ma quella reale, concreta, che nei momenti difficili risponde sempre presente. Anche quando attorno il coro è stonato, urlato, spesso perfino in malafede. Crans-Montana diventa così non solo un luogo, ma un simbolo: della responsabilità, della complessità e di una cultura istituzionale che molti fingono di non capire, o peggio, scelgono deliberatamente di travisare. Tutti a decantare la presunta perfezione della nostra nazione, aspetto che ci viene affibbiato dai detrattori tanto attivi in questi terribili primi giorni del 2026. La realtà è che noi non ci sentiamo per nulla perfetti, per nulla al di sopra di tutti, facciamo semplicemente del nostro meglio, ma sappiamo considerare tutto questo con estrema umiltà: non abbiamo lezioni da impartire a nessuno. Abbiamo solo da imparare. Anche quando la lezione è dura, è cruda e non ammette scusanti. Ma non esiste una mannaia popolare, finanche magari divina per punire a piacimento chi è caduto in fallo. Nella nostra civiltà e nel nostro Stato di diritto questo viene demandato alla giustizia. Da settimane assistiamo a una narrazione tossica, ripetitiva e ossessiva. La Svizzera accusata per partito preso, inchiodata a una presunta ambiguità morale, come se il rispetto dell’autonomia giudiziaria fosse sinonimo di connivenza, come se la separazione dei poteri fosse una foglia di fico dietro cui nascondere complicità indicibili. Tutto sbagliato. Lo diciamo con forza, con determinazione, ma anche con rispetto. Perché il rispetto è dovuto a chi rispetta, non a chi urla in maniera sguaiata, cercando applausi facili nei talk show. Sinceramente, non se ne può più. Premesso che non abbiamo nessun timore nell’ammettere i tentennamenti iniziali, l’insufficiente coscienza di quanto accaduto, della dimensione e della pressione che, volenti o nolenti, ci è caduta addosso e che non ammette scusanti per l’assenza di reazione, per certi aspetti di mestiere e nel capire che occorreva da subito una vera task force. Ma la malafede, che ci viene gratuitamente imputata, non la possiamo accettare. Il Consiglio federale, la Svizzera, non sbattono mai la porta in faccia a nessuno, e la decisione di ieri di intervenire per aiutare le vittime e i loro familiari fa parte della sensibilità e umanità di questo Paese che non è diretto da affaristi di bassa lega, magari giunti da altre realtà per insinuarsi nelle maglie o nella carne debole per fare i propri affari. Crans-Montana è una cartina di tornasole. La Svizzera non si nasconde, non abbassa lo sguardo, non fugge dalle proprie responsabilità. Ciò che le riesce meglio è tenere la barra dritta distinguendo i piani, separando i fatti dalle emozioni, il diritto dalla propaganda. Mentre altrove si gridava allo scandalo permanente, qui si lavorava, si verificava, si ponderava. Senza clamori inutili, senza teatrini. Come una pietra miliare rimane la frase del presidente della Confederazione Guy Parmelin: governare significa conoscere i rischi e prevedere. Non negare, non improvvisare, non inseguire l’onda emotiva del momento. Conoscere e prevedere. È un concetto che pesa, che dice molto di più di quanto appaia. Perché riconosce implicitamente che nessuno è infallibile, che il rischio zero non esiste, ma che esiste invece il dovere di imparare, di rafforzare, di essere ancora più rigorosi. Nel DNA la Svizzera ha la capacità di interrogarsi, correggersi, migliorarsi e fare autocritica. Una Svizzera più cosciente, ancor più rigorosa, capace di trasformare una crisi in un’occasione di maturazione collettiva. Ma imparare non significa autoflagellarsi in piazza, né consegnarsi al tribunale mediatico internazionale. Significa fare analisi serie, prendere decisioni fondate, rafforzare i meccanismi di controllo dove necessario. In questo contesto, il capitolo che riguarda i titolari del Constellation merita uno sguardo lucido, non ideologico. Le responsabilità individuali vanno accertate nelle sedi competenti, non nei talk show, ma non temiamo assolutamente nel dire che un’ambiguità di fondo è evidente. E che, oggi a posteriori, tutti sapevano, conoscevano e fondamentalmente temevano. Un tardivo pentimento vien da considerare con sofferenza e amarezza. Intanto chi continua a insinuare che la Svizzera «lasci sola» la comunità internazionale o faccia spallucce di fronte ai problemi globali dimostra di non conoscere - o di voler ignorare - la sua storia recente. La Svizzera non lascia mai solo nessuno. Non lo fa quando si tratta di mediazione diplomatica, non lo fa quando si tratta di aiuti umanitari, non lo fa nemmeno quando è chiamata a confrontarsi con le proprie zone d’ombra. Ma aiutare non significa rinunciare ai propri principi. Collaborare non significa piegarsi al linciaggio. La Svizzera, anche questa volta, tende una mano.

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