Fabio, l'amico e l'uomo dell'HCL

Ci sono notizie che un giornalista dovrebbe saper accogliere con la distanza del mestiere. E poi ce ne sono altre che quella distanza oggettiva la cancellano in un istante. La morte di Fabio Gaggini appartiene a queste ultime. Non è facile, oggi, pensarlo soltanto come un nome importante nella storia dell’Hockey Club Lugano. È stato il capitano della promozione, il presidente dei tre titoli, l’avvocato, il dirigente e il presidente. Ma Fabio è stato anche una presenza, un fil rouge, una persona con la quale il confronto non era mai banale e la stima non aveva bisogno di essere esibita. Ci sono uomini che finiscono per identificarsi con una società sportiva al punto che diventa quasi impossibile stabilire dove termini la loro storia personale e dove cominci quella del club. Per Fabio è stato così. L’Hockey Club Lugano non fu un incarico, una parentesi prestigiosa o un luogo nel quale esercitare il potere o personali interessi. Fu una parte preponderante della sua vita. Prima vissuta sul ghiaccio, poi guidata dalla scrivania e infine accompagnata con una presenza più discreta, ma ancora autorevole e sempre ascoltata. Di lui resteranno il numero 22, la promozione del 1982 in LNA e quella fascia di capitano portata quando il Lugano non era ancora diventato il grande Lugano. Resteranno le partite, i gol, gli assist e una carriera interrotta a soli 28 anni perché il professionismo che avanzava non poteva conciliarsi con gli impegni dell’avvocato che nasceva in lui. Una scelta che chiuse il suo tempo da giocatore, ma non il rapporto con i colori bianconeri. Quel legame, anzi, avrebbe assunto una forma nuova e ancora più importante senza i pattini. Entrò nel Comitato nel 1985 e nel 1991 raccolse da Geo Mantegazza un’eredità tutt’altro che semplice. Succedere al presidente dei quattro titoli significava confrontarsi ogni giorno con una stagione irripetibile e con aspettative enormi. Fabio lo fece a modo suo. Senza imitare Geo, perché non sarebbe stato possibile e probabilmente non lo avrebbe neppure voluto. Poi arrivò il 5 aprile 1999. La Valascia, la finale tutta ticinese, quella coppa alzata nella casa del rivale storico. Per il popolo bianconero fu molto più di un titolo. Fu una liberazione, un’affermazione, un giorno e una notte che ancora oggi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Fabio era il presidente di quel Lugano, Jim Koleff il condottiero alla transenna. L’immagine iconica della coppa alzata al cielo sotto la volta della scomparsa Valascia è entrata nella storia dell’hockey ticinese e gli apparterrà per sempre.
Fabio era un uomo intelligente, molto rapido nel leggere le situazioni e le persone. Aveva carattere, convinzioni forti e non sempre comode. Sapeva essere fermo, talvolta duro, ma accettava il confronto e riconosceva la forza dei fatti. Non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Cercava il punto della questione e spesso ci arrivava prima degli altri. Questa lucidità gli permetteva di muoversi con naturalezza tra mondi differenti: lo sport, il diritto, l’economia, le relazioni con il territorio e con il resto della Svizzera. Con Fabio si poteva parlare di hockey, naturalmente, ma anche di lavoro, di Ticino, di politica di persone e di progetti. Non amava le chiacchiere vuote.
La vita di Fabio, come tutte le vite vissute intensamente, non è stata fatta soltanto di successi. Ha conosciuto i giorni più belli dello sport, ma anche quelli più difficili. La vicenda fiscale legata all’HCL lo colpì profondamente, sul piano pubblico e su quello personale. Sarebbe sbagliato ignorarla in nome dell’oblìo per chi non c’è più. E sarebbe altrettanto sbagliato permettere che quella vicenda cancelli tutto ciò che venne prima e dopo. Ricordarla, compiutamente, fino alla fine, è rendergli omaggio e riconoscere il suo percorso. Fabio impiegò molto tempo prima di tornare a parlarne pubblicamente. Quando lo fece, non cercò scorciatoie: «Abbiamo sbagliato, senza se e senza ma, come club e come persone». Parole nette, certamente non facili. Non scaricò la responsabilità su altri e non utilizzò il richiamo al «sistema» come un alibi. Disse anzi di rimproverarsi ogni giorno di non avere trovato la forza di opporvisi. In quelle dichiarazioni si riconosceva il peso di una ferita mai davvero rimarginata, una profonda e sincera autocritica. Quella vicenda rimase dentro di lui, ma non cancellò ciò che aveva costruito né quanto continuò a fare. Fabio guardò avanti. Pensò ancora al futuro del club, alle sue strutture, ai giovani. Non occupò la scena, ma non smise di esserci. Discretamente.
Profondo e intenso fu il suo legame con il presidentissimo dell’HCL Geo Mantegazza. Quando morì Geo, Fabio gli dedicò un ricordo intenso su queste colonne. Scrisse che, con il passare degli anni, il presidente era diventato semplicemente Geo, l’amico. Quelle parole tornano oggi alla memoria quasi inevitabilmente. Raccontavano il loro rapporto, ma dicevano anche qualcosa del modo in cui Fabio intendeva l’amicizia: non come una dichiarazione da ripetere, bensì come un legame costruito attraverso il tempo, il lavoro, le discussioni e la fedeltà nei momenti decisivi. Un testo che oggi appare finanche autobiografico.
L’Hockey Club Lugano perde un’altra storica personalità e alla Cornèr Arena sarà un’assenza che si farà sentire, perché sparisce un pezzo di storia, una certezza, in una fase in cui le certezze sono tutto o quasi, perché merce rara. Resta la profonda gratitudine, la trasparente amicizia e la volontà che la memoria la si eserciti in una sola direzione: per il bene dell’Hockey Club Lugano e dello sport cittadino in un Cantone che deve lottare con forze sempre più impari in un mondo dello sport sempre più complicato. E senza Fabio, da regista dietro le quinte senza ambizioni di gloria personale, sarà ancora più difficile.
