L'editoriale

Gli USA minacciano l'assedio finanziario ed economico all'Iran

Ma dopo mesi di conflitto, il regime di Teheran è ancora saldo in sella mentre lo stretto di Hormuz è diventata un'arma strategica in mano all'Iran
©ABEDIN TAHERKENAREH
Generoso Chiaradonna
25.08.2026 06:00

Da mesi lo scontro militare tra Iran e Stati Uniti, esploso sotto la seconda amministrazione Trump, non ha prodotto i risultati sperati da Washington. Attacchi mirati, sabotaggi, minacce di escalation e dispiegamenti navali nel Golfo Persico non hanno indebolito in modo decisivo Teheran, né hanno garantito la sicurezza delle rotte energetiche. Lo Stretto di Hormuz rimane un collo di bottiglia strategico nelle mani dell’Iran, mentre le strozzature nel trasporto di petrolio e gas hanno già spinto la Cina a rivalutare le rotte artiche e i mercati a fare i conti con premi assicurativi e noli in aumento. Nel frattempo, si è perso di vista anche il principale obiettivo dichiarato - e fallito - dell’intervento militare: un cambio di regime a Teheran, sfruttando la stanchezza di una parte significativa degli iraniani dopo oltre quarant’anni di governo teocratico.

È in questo contesto di stallo militare che il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha annunciato il «D-Day economico»: «La più grande offensiva finanziaria mai scatenata contro un avversario: l’Iran». Le parole, pronunciate al quotidiano britannico «Financial Times», segnano il culmine di una strategia di pressione che Washington intende trasformare in un vero e proprio assedio finanziario, con l’obiettivo dichiarato - per usare le stesse parole del segretario al Tesoro - di «recidere ogni ancora di linfa economica che sostiene il regime tirannico, fino a lasciare Teheran completamente isolata».

Il messaggio è chiaro: i paesi che interromperanno i legami finanziari e commerciali con l’Iran «ne trarranno beneficio», migliorando l’accesso ai capitali globali e la fiducia nei propri mercati; chi invece «sceglie di legare il proprio destino a quello di Teheran» si trasformerà, agli occhi degli Stati Uniti, in un «paria a livello globale». Il riferimento, seppur non esplicito, è a Cina, India e Turchia, che continuano ad acquistare, ad esempio, petrolio e gas iraniano. Bessent non esita a evocare, con molta retorica, la Conferenza di Teheran del 1943, quando Roosevelt e Churchill pianificarono lo sbarco in Normandia, per suggerire che oggi serve un’operazione altrettanto decisiva, ma sul piano economico. La risposta iraniana non ha tardato ad arrivare.

Il viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, ha replicato sul social X con un’altra domanda retorica: se la potenza militare dell’Iran è stata «smantellata», le sue basi missilistiche «distrutte» e il programma nucleare «sepolto», perché serve «la più grande offensiva finanziaria della storia»? «È una vittoria o un’ammissione della sconfitta degli USA?», chiede Gharibabadi. Il punto è proprio questo: dopo anni di sanzioni, attentati, sabotaggi e pressioni diplomatiche, il regime teocratico e autoritario di Teheran resta in piedi. E lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava - o transita, a seconda delle fasi - circa un quinto del petrolio mondiale, rimane un collo di bottiglia strategico che l’Iran può stringere o allentare a proprio piacimento. Le strozzature nel trasporto di petrolio e gas, che hanno già spinto la Cina a rivalutare le rotte artiche, non sono un effetto collaterale di questa crisi, ma un cambio di paradigma nella politica commerciale e negli scambi globali.

Qui il cerchio si chiude. Washington annuncia il D-Day economico, ma il campo di battaglia non è solo nei bilanci delle imprese o nei listini finanziari, che peraltro restano a livelli storicamente elevati. È nelle acque del Golfo Persico, dove ogni tensione si traduce immediatamente in noli marittimi e premi assicurativi più alti e, in ultima istanza, in carburante più caro per tutti. Lo notiamo ogni volta che facciamo il pieno all’auto. La Cina, che controlla metà del mercato mondiale del litio, materia prima fondamentale per l’elettrificazione e quindi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, guarda con crescente preoccupazione a questa dinamica. E l’Europa, che ha già pagato molto caro il conto del gas russo, si chiede quanto potrà reggere un nuovo shock petrolifero. La storia recente insegna che le economie sotto assedio trovano sempre vie di fuga: mercati grigi, valute alternative, alleanze di comodo. E mentre Washington prepara la sua «più grande offensiva finanziaria», Teheran sa che il tempo gioca dalla sua parte.