L'editoriale

IA in bilico tra euforia e vertigine da bolla

Un dato su tutti: +94%: è l’aumento dell’utile trimestrale di Nvidia, il campione mondiale dei semiconduttori per l’intelligenza artificiale
© EPA/JOHN G. MABANGLO
Generoso Chiaradonna
27.02.2026 06:00

Un dato su tutti: +94%. È l’aumento dell’utile trimestrale di Nvidia, il campione mondiale dei semiconduttori per l’intelligenza artificiale. Ricavi in crescita del 73%, utili quasi raddoppiati, capitalizzazione che continua a riscrivere i record di Wall Street: i numeri alimentano la narrativa del «punto di svolta» evocato dal suo amministratore delegato, Jensen Huang. Ma è proprio la combinazione di utili stellari e aspettative illimitate a imporre una domanda scomoda: siamo di fronte a un nuovo paradigma economico o alla costruzione, pezzo dopo pezzo, di una nuova bolla finanziaria?

Le bolle non nascono dall’assenza di fondamentali, ma dall’eccesso di fiducia nei fondamentali. Anche nel 2000 la nascente Internet non era un’illusione. Ha cambiato il mondo e il modo di produrre e consumare, ma molte valutazioni si rivelarono scollegate dalla capacità di generare utili sostenibili. Anche oggi l’intelligenza artificiale non è una promessa vuota. I modelli generativi stanno trasformando il software, la ricerca, la logistica e la medicina. Le big tech investono per timore di restare indietro in una competizione insieme industriale e geopolitica, tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Il punto critico non è «se» l’IA servirà, ma «quanto» e «a che prezzo» rispetto al capitale che le stiamo consegnando. Proprio all’inizio di questa settimana Meta, la società di Mark Zuckerberg, ha siglato un accordo da cento miliardi di dollari con AMD, Advanced Micro Devices, multinazionale statunitense attiva nel settore dei microchip. L’intesa prevede, oltre alla fornitura di schede grafiche nei prossimi cinque anni, anche la possibilità per Meta di salire al 10% del capitale di AMD. Insomma, si replica quanto fatto in precedenza da OpenAI (la «mamma» di ChatGPT), Oracle, Microsoft e Amazon. Ovvero, si sta alimentando il cosiddetto finanziamento circolare dove i clienti diventano azionisti del fornitore creando un ecosistema dell’IA quasi autoreferenziale.

La corsa agli investimenti ha già assunto tratti tipici delle fasi euforiche con una crescita esponenziale della spesa in conto capitale, concentrazione su pochi fornitori chiave, valutazioni che incorporano scenari di espansione quasi perfetti. Quando un singolo attore diventa di fatto infrastruttura critica di un intero ecosistema, il rischio sistemico aumenta, perché basta un cambiamento marginale delle aspettative per innescare movimenti bruschi. Non stupisce che, dopo l’entusiasmo, su Wall Street sia affiorata una certa freddezza, mentre banchieri come Jamie Dimon (J.P. Morgan) evocano i paralleli con le fasi che precedono le crisi: in ogni ciclo del credito c’è sempre un settore che sorprende negativamente.

Un’altra crepa potenziale riguarda il software tradizionale. Molte società vedono compromesse le loro valutazioni perché il mercato teme che l’IA renderà obsoleti alcuni modelli di business consolidati. È stato il caso di Thomson Reuters, per esempio. E questo proprio mentre le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale non hanno ancora dimostrato margini stabili e diffusi. Si rischia una «spirale degli investimenti». Per non perdere terreno, tutti aumentano la spesa che a sua volta alimenta le aspettative, le quali sostengono le quotazioni. A questo punto si giustifica una nuova spesa. Un meccanismo che funziona finché la fiducia resta intatta, ma che può invertire bruscamente la direzione quando il flusso di notizie smette di essere «migliore del previsto».

Poi c’è la dimensione sociale, che i mercati tendono a relegare sullo sfondo nelle fasi di euforia. Se l’IA accresce la produttività ma concentra i benefici in poche imprese e in una ristretta élite di lavoratori altamente qualificati, gli squilibri distributivi possono tradursi in tensioni politiche, regolamentazione più severa, nuove imposte. In altre parole: in un freno alla stessa dinamica di crescita che oggi viene proiettata in modo lineare nel futuro.

Per la Svizzera - e per il Ticino in particolare - la questione non è teorica. Un’economia aperta, fondata su stabilità finanziaria, innovazione e capitale umano qualificato, può trarre vantaggio dall’intelligenza artificiale, ma resta esposta alle turbolenze dei mercati finanziari globali. Un ridimensionamento delle valutazioni avrebbe effetti anche sui portafogli degli investitori svizzeri, sui fondi pensione, sulla fiducia di famiglie e imprese - e anche sul bilancio della Banca nazionale, che è investito per oltre 40 miliardi di dollari nel comparto tecnologico americano.