Il finale già scritto di un’intesa di facciata

Era un finale pressoché inevitabile, quello consumatosi nella giornata di ieri tra i due ex-cugini della destra ticinese. Lega e UDC non correranno assieme per le Cantonali 2027. D’altronde, le dichiarazioni, da una parte come dall’altra, non potevano che portare a un simile epilogo: uno strappo in piena regola. Quel «siete nulli» pronunciato dal consigliere di Stato Claudio Zali nell’aula del Gran Consiglio, così come i frequenti attacchi democentristi alle politiche del «ministro» del Territorio e il «diktat» imposto sul suo nome, rappresentavano già una sentenza per un’alleanza che da troppo tempo era solo di facciata. Anche perché, di fronte a simili dichiarazioni, per fare l’alleanza qualcuno avrebbe dovuto compiere un enorme passo indietro. O, meglio, avrebbe dovuto perdere la faccia davanti all’elettorato. A strappo consumato, dunque, nessuno perderà la faccia, ma – questo è quasi certo – qualcuno perderà la poltrona. E la posta in gioco, come vedremo più avanti, è altissima. «Avrei preferito una telefonata», ha reagito a caldo il coordinatore della Lega, Daniele Piccaluga, biasimando la mancanza di cortesia della controparte nel certificare la fine dell’intesa. Una reazione significativa che lascia già intravvedere quali saranno i toni tra i due ex-cugini nei prossimi mesi. Toni per forza di cose tesi, accesi, da vera campagna elettorale. Anche perché, come detto, la posta in palio non è da poco. Anzi.
La Lega, a conti fatti, oggi non ha più i numeri per confermare due seggi in Consiglio di Stato senza l’aiuto dell’UDC. E, dopo l’exploit del 2011, quando via Monte Boglia soffiò al PLR il secondo seggio in Governo, perdere quella poltrona rappresenterebbe sicuramente una sconfitta storica. Un passo indietro di sedici anni. Ma, al contempo, occorre fare attenzione nel definire politicamente morta la Lega. La posizione di (ex) movimento d’opposizione ma con una maggioranza relativa in Governo era ormai insostenibile. E ha reso la Lega identica ai partiti che trent’anni fa ne avevano favorito la nascita. Una posizione difficile da difendere davanti all’elettorato. E quindi perdere un seggio, paradossalmente, nel medio periodo potrebbe anche ridare un po’ di slancio a un partito che da anni vede i risultati elettorali in calo.
Sul fronte opposto, l’UDC ha deciso di scommettere tutto su sé stessa. Conquistare un seggio nell’Esecutivo per i democentristi è sì possibile, ma non scontato. E, dovesse vincere questa scommessa, l’UDC sarà poi chiamata a trasformare le sue promesse di cambiamento in realtà. Un compito non facile (eufemismo) perché il Consiglio di Stato è pur sempre composto da cinque persone, in un sistema collegiale per definizione. E, dunque, come capitato con la Lega negli ultimi decenni, cambiare le cose da soli non sarà possibile.
Al contempo, però, un’altra partita importantissima per l’UDC sarà quella delle Federali. Di riflesso, infatti, i democentristi non avrebbero oggi i numeri per confermare due seggi al Nazionale senza l’aiuto di una lista congiunta con i leghisti. Senza dimenticare che anche la corsa per confermare il seggio di Marco Chiesa agli Stati sarebbe apertissima. In palio, dunque, ci sono almeno un paio di poltrone a Berna. Un’altra scommessa (su sé stessi) non da poco. E non fatichiamo a immaginare che dal partito nazionale queste manovre ticinesi (con le «battaglie» personali tra Zali e Marchesi) non siano viste di buon occhio. Anche perché la stessa UDC è in una fase di crescita in diversi altri Cantoni. I più attenti ricordano non a caso che in Ticino nel 2015 (quando l’alleanza non si consumò alle Cantonali ma venne poi resuscitata appena in tempo per le Federali) a intervenire fu anche l’allora presidente democentrista Toni Brunner.
Tutto ciò, mentre – al netto di Lega e UDC – anche gli altri partiti non saranno certo spettatori disinteressati. Con il PLR in particolare che potrebbe tentare il «colpaccio», e la sinistra che sicuramente si rallegra di vedere una destra disunita.
Sia come sia, con la rottura tra ex-cugini si apre ora una campagna elettorale di sicuro interesse per analisti e appassionati di politica. Ma non va dimenticato che all’elettore comune, in realtà, delle poltrone importa poco o nulla. E ha oggi problemi più importanti da risolvere. Visti gli scandali e «scandaletti» che hanno segnato tutta questa legislatura (e che purtroppo continuano a segnarla), l’auspicio è dunque che – chiunque vinca la sua scommessa – al termine delle elezioni si possa aprire una nuova stagione. Con un maggior senso delle Istituzioni, che tanto è mancato in questi anni.

