L'editoriale

Il mercato presenta il conto alle Big Tech

La forte correzione dei listini è in parte dovuta ai timori di una regolamentazione più stringente dello sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti
© AP Photo/Jacquelyn Martin
Generoso Chiaradonna
07.11.2026 06:00

I mercati finanziari non votano né tifano per una parte politica. Il loro unico obiettivo - secondo la teoria - dovrebbe essere quello di misurare, attribuendo un prezzo preciso, il rischio e l’incertezza di un determinato investimento e di riflettere le aspettative economiche collettive di chi partecipa al mercato. Ci sono però fasi che possono essere interpretate come una sanzione o un premio a una determinata parte. All’indomani delle elezioni statunitensi di metà mandato, dalle quali Donald Trump è uscito molto ridimensionato, le borse di tutto il mondo hanno reagito con aumenti significativi. L’SMI, l’indice dei venti principali titoli svizzeri, solitamente molto moderato, ha superato per la prima volta nella sua storia i 15 mila punti. L’esito chiaro delle elezioni statunitensi, in cui i Democratici hanno stravinto sia alla Camera sia al Senato, ha indotto gli investitori, i sistemi di trading automatizzati e quanti intravedevano un cambio politico radicale a ritenere che il 4 novembre 2026 fosse una data spartiacque, che segnasse la fine dell’era trumpiana. Non è così. Trump rimarrà ancora due anni alla Casa Bianca e avrà il tempo di influenzare le politiche economiche interne e le scelte geopolitiche, con ripercussioni sul resto del mondo. Ma la valanga di vendite di titoli legati all’intelligenza artificiale che si è verificata giovedì è solo in parte una conseguenza della vittoria dei Democratici. Gli investitori temono l’introduzione di una regolamentazione molto più rigorosa sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e severe restrizioni alla gestione dei data center. L’ipotesi di norme più stringenti fa temere un rallentamento dei finanziamenti destinati alle infrastrutture tecnologiche, con gravi ripercussioni sull’intera catena del valore dell’economia del futuro.

Il sell-off globale ha colpito in modo asimmetrico, concentrandosi principalmente sui produttori di semiconduttori e sulle aziende infrastrutturali legate all’intelligenza artificiale. In termini di capitalizzazione assoluta, Nvidia ha registrato le perdite più imponenti, cedendo oltre il 9% e azzerando praticamente i guadagni accumulati quest’anno. A essere punite dal mercato sono state anche Tesla e SpaceX, le società guidate da Elon Musk, che, oltre ad aver sostenuto la campagna elettorale dei Repubblicani, hanno avuto un rapporto burrascoso con l’amministrazione Trump. Il DOGE - nome evocativo per chi parla italiano, ma che più prosaicamente sta per Dipartimento per l’efficienza del governo - è stato guidato da Musk per pochi mesi, fino ad aprile 2025, con esiti poco brillanti. Insomma, risultati non all’altezza della fama di imprenditore geniale che intende conquistare Marte ed è in grado di far volare le auto sulla Terra. L’ente è stato poi sciolto lo scorso 1. luglio, senza però che fosse reso pubblico un resoconto di quanto fatto.

Ma, al di là del caso particolare di Musk, che non ha mai nascosto la sua simpatia politica per Trump, l’esito delle elezioni ha cambiato radicalmente la percezione del rischio da parte degli investitori, trasformando quella che prima era vista come un vantaggio competitivo - la vicinanza tra i principi delle Big Tech e la Casa Bianca - in una pesante passività finanziaria. Una vicinanza che somiglia molto a un palese conflitto d’interessi, visto che i principali attori dell’IA (OpenAI, SpaceX e Palantir) beneficiano di miliardi di dollari in contratti federali. Anche alcune figure di primo piano del settore tecnologico hanno sostenuto economicamente candidati e iniziative politiche locali. È però importante distinguere le donazioni personali di dirigenti e dipendenti da quelle delle aziende: OpenAI ha dichiarato di non aver finanziato candidati o campagne, mentre tra i contributi legati a Palantir figurano quelli del PAC dei dipendenti. Pure Trump e la sua cerchia familiare e politica hanno investito in società attive nell’hardware dell’IA e in terreni destinati alla costruzione di data center. Questa situazione conflittuale ha generato un forte risentimento nell’elettorato, che ha associato i «titani del tech» a dinamiche corruttive.

Questa non è la fine dell’intelligenza artificiale, una tecnologia che resterà, indipendentemente da chi la gestirà. È però un segnale chiaro: le regole non sono un vezzo di cui si può fare a meno. Non lo sono mai state nella storia del capitalismo moderno. Pensiamo soltanto alle norme a tutela della concorrenza, fondamentali per evitare monopoli che danneggiano i consumatori e impediscono alle imprese più innovative di accedere al mercato. E forse si sta attenuando l’euforia irrazionale per i favolosi utili attesi dagli investimenti in questo settore, alimentata dalle «magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria. Ed è un bene.