L'editoriale

Imposizione dei coniugi, l'armata dei cantoni

Dopo il primo referendum del 2003, è probabile che la resistenza attiva dei Cantoni possa svolgere un ruolo anche nella contesa sull’imposizione individuale.
©Chiara Zocchetti
Giovanni Galli
14.01.2026 06:00

Oggi, a parità di reddito,  i coniugi devono pagare un’imposta federale superiore rispetto alle coppie di conviventi. La causa è il cumulo dei redditi, combinato con la forte progressività delle aliquote. L’8 marzo si deciderà in votazione popolare sul passaggio all’imposizione individuale. L’obiettivo è duplice: evitare la cosiddetta penalizzazione fiscale del matrimonio – tenendo i redditi separati i coniugi pagherebbero meno – e incentivare chi non ha un reddito a entrare nel mondo del lavoro.  La riforma tributaria approvata l’anno scorso dal Parlamento è la più importante dall’introduzione dell’IVA, nel 1995. Ieri a Berna, la «ministra» delle Finanze Karin Keller-Sutter ha difeso il cambiamento di sistema, previsto a tutti e tre i livelli istituzionali: federale, cantonale e comunale. Alle urne si prospetta una dura battaglia. Il dibattito alle Camere ha evidenziato una spaccatura profonda fra chi ritiene che il problema della penalizzazione fiscale vada affrontato con la tassazione separata e chi, invece, vuole eliminarlo mantenendo la tassazione congiunta, come hanno già fatto da tempo i Cantoni. Al Nazionale, la riforma è passata con due voti di scarto, agli Stati con uno solo. Ma il confronto sarà ostico anche perché in prima linea ci sono i Cantoni stessi, che hanno promosso un secondo referendum accanto a quello «tradizionale» sostenuto dai partiti contrari, Centro e UDC. Il referendum, previsto dalla Costituzione sin dal 1874, è stato sottoscritto da dieci Cantoni (ne servivano otto). L’imposizione individuale è combattuta anche dalla Conferenza dei governi cantonali, il che significa che almeno diciotto esecutivi hanno preso posizione contro la riforma. È solo la seconda volta in più di 150 anni che i Cantoni ricorrono al referendum. La prima fu nel 2003, quando undici Stati  (anche in quel caso, in parallelo con l’abituale raccolta firme) si opposero a un pacchetto di sgravi federale che avrebbe avuto serie implicazioni in termini di gettito a livello locale. Quell’alleanza si rivelò un’armata poderosa. Alle urne, il fronte comune con partiti e associazioni contrarie ebbe successo: gli sgravi furono respinti (nel 2004) da due votanti su tre. È un precedente significativo. Anche se non esiste la controprova, si può presumere che la discesa in campo dei Cantoni sia stata decisiva, se non altro per la misura del risultato. È probabile che la loro resistenza attiva possa svolgere un ruolo anche nella contesa sull’imposizione individuale. La penalizzazione fiscale del matrimonio, dicono, può essere corretta in modo molto più semplice e non attraverso un cambiamento radicale, da loro considerato un’ingerenza inutile nei ben collaudati sistemi fiscali cantonali e comunali. Per garantire la parità di trattamento fra coniugi e conviventi sono già state adottate soluzioni di varia natura (il Ticino, ad esempio, ha introdotto una doppia tariffa, una scala delle aliquote per le persone sole e una, più favorevole, per le persone sposate). Cantoni e Comuni, inoltre, dovrebbero adattare tariffe e deduzioni e rivedere l’accesso a varie prestazioni sociali, quali i sussidi malattia, le borse di studio e gli aiuti per frequentare gli asili nido. In terzo luogo, vogliono evitare nuovi oneri amministrativi, perché l’eventuale passaggio all’imposizione separata implicherebbe l’esame di 1,7 milioni di dichiarazioni fiscali in più, con la necessità di assumere ulteriore personale. A questo si aggiunge l’incognita delle ripercussioni finanziarie. L’unica cosa certa, ad oggi, è l’impatto sull’imposta federale diretta, il cui gettito dovrebbe diminuire di 630 milioni di franchi. Quello su Cantoni e Comuni non è stato ancora quantificato, ma è temuto a livello locale.

Si profila pertanto un confronto fra una coalizione a guida PLR (tutto è nato da un’iniziativa popolare delle donne liberali) e una «conservatrice», con i Cantoni che cercheranno di far valere tutto il loro peso per mantenere le prerogative fiscali e puntare a soluzioni tecnicamente più semplici. Per quanto forti, sarà dura anche per loro, perché i fautori della riforma hanno frecce nel loro arco. Con il passaggio all’imposizione individuale, circa la metà dei contribuenti che oggi paga l’imposta federale diretta dovrebbe versare meno. Per il 36% non cambierebbe nulla mentre «solo» per il 14% ci sarebbe un rincaro. I principali beneficiari sarebbero  i pensionati e i nuclei familiari a doppio reddito, in particolare quelli in cui le entrate sono suddivise in modo più equo fra marito e moglie. Fra i perdenti, invece, rientrerebbero le famiglie tradizionali monoreddito e quelle con un secondo reddito basso e le persone sole senza figli. L’8 marzo si deciderà se il santo vale la candela.