Incredibile ma vero, l'uomo forte non è Gobbi

Avrebbe potuto e dovuto essere una formalità. E invece è stata una rivoluzione. Norman Gobbi, il veterano della squadra, aveva sulla carta il diritto di scegliere per primo, e se fosse stato così senza alcuna osservazione od opposizione, sarebbe terminato tutto in un battibaleno. Gobbi a mettere entrambe le sue forti mani sul Dipartimento del territorio e l’ultimo arrivato, il neoconsigliere di Stato Piero Marchesi ad assumere la guida del settore che non faceva gola a nessuno, il Dipartimento delle istituzioni. E invece nella sala del Governo qualcosa è accaduto, qualcosa che la presidente Marina Carobbio ha voluto descrivere all’insegna della responsabilità da parte del collegio dopo una lunga fase di turbolenze, generate in particolare dai due leghisti. L’incidente nel quale Gobbi si era trovato suo malgrado, poi lo scambio pianificato di sedia tra Gobbi e Claudio Zali, successivamente il caso Hospita-Lega e infine il «caso Zali» e le dimissioni come minimo sindacale.
Sembra che qualcuno, orchestrando le mosse, si sia detto: «Piuttosto di fare un piacere a Lega-Gobbi, meglio promuovere Marchesi-UDC». Il tutto limitando il cambiamento ad una sola mossa da scacchista esperto. Poi, il prossimo mese di aprile, si vedrà. Ma quanto successo certamente brucia a Gobbi, che sognava il Territorio da tempo, anche se a microfoni accesi ha giocato il ruolo dell’uomo squadra ligio alla collegialità. Marchesi, solo e debuttante, ha ricevuto il regalo più grande dai tre colleghi (Carobbio, Raffaele De Rosa e Christian Vitta). Ma più che un premio per l’esponente UDC, si tratta di una punizione per Supernorman, il 4x4 della politica che tornerà a sovraintendere la Polizia, la Giustizia e i radar. Che smacco per colui che ha trascorso gli ultimi mesi a visitare i cantieri del Ticino con il caschetto arancione. Ha pagato anche l’atteggiamento da Kindergarten che con Zali e sotto la regia del coordinatore leghista Daniele Piccaluga, li aveva visti picchiare i pugni sul tavolo frignando «gné-gné-gne» il capriccio dell’arrocco. A Piccaluga ribollono le busecche, mentre Marchesi si rivela l’uomo forte della destra politica. E questo fatto avrà certamente un peso anche sul piano interno tra Lega e UDC, da sempre sulle montagne russe tra l’euforia di volersi accordare per le elezioni, e la depressione/rabbia/gelosia tipica del rapporto che esiste tra fratelli-coltelli.
La decisione vede tra i protagonisti, con assenso o silenzio, Raffaele De Rosa con il suo Centro che sognava di riavvolgere il nastro della storia fino al 1995, l’anno del «gran rifiuto» di Alex Pedrazzini con l’assegnazione del potentato del Territorio al debuttante Marco Borradori. Non era il momento? De Rosa ci riproverà nel prossimo mese di aprile? Si ricandiderà? Vuoi vedere magari che nell’aria ci sono altri scambi sull’asse Carobbio-De Rosa? Senza dimenticare che il Dipartimento finanze ed economia di Christian Vitta resterà orfano di direttore. Le speculazioni si possono sprecare in questo contesto, ma è inutile spingersi troppo in avanti. D’altronde se già solo immaginiamo che per la giornata di ieri la notizia doveva essere «nessuna sorpresa», meglio fermarsi alla realtà dei fatti.
Quella che ci dice che Marchesi siederà nell’ufficio lasciato dall’avversario-nemico Zali ed erediterà i suoi dossier. Viene persino da sorridere se pensiamo a quanto possa essere schizofrenica la realtà politica già solo per il cambiamento di un partito alla guida e, soprattutto, di una persona. Zali proteggeva il lupo, Marchesi lo vorrà abbattere per salvaguardare gli allevatori, il partito di Marchesi voleva tirare il freno al Tram-treno di Zali, mentre ora lo dovrà spingere, poi c’è il grande capitolo della mobilità sul quale le visioni tra i due non sono mai state convergenti. Capriole e voli pindarici sono attesi per un Marchesi che, lui sì, realizza un sogno cullato già nel 2023: entrare in Consiglio di Stato. Oggi monetizza da subentrante, ancora incredulo per il fatto che la caduta dell’imperatore Zali gli ha spalancato le porte dell’Esecutivo senza nemmeno mettersi in gioco al prossimo appuntamento alle urne. E che i colleghi lo hanno premiato, più per altre logiche, che per la sua politica.
Per il malcantonese non sarà una passeggiata perché avrà poco tempo per dimostrare che alle parole battagliere da presidente dell’UDC e consigliere nazionale fustigatore del «Governo del Mulino Bianco» (occhio che chi va al mulino s’infarina) seguiranno i fatti di una coerente azione politica. Intanto, storica è l’entrata dei democentristi che, dopo il trittico elettorale, potrebbero fare un sol boccone della Lega e andare verso una forza unica a destra, con il marchio preponderante del primo partito nazionale. Secondo l’elementare principio del «chi comanda paga e chi paga comanda». Ma questa sarà musica del futuro.
