La Svizzera cresce, ma non è una svolta

La scorsa settimana ha sorpreso il buon andamento dell’economia svizzera. La Segreteria di Stato per l’economia (Seco) ha segnalato un solido +1,5% del PIL nel secondo trimestre dell’anno. Un dato che invita all’ottimismo dopo il modesto +0,5% dei primi tre mesi dell’anno. L’economia elvetica sembra aver ingranato una marcia molto più alta. Eppure, poco è cambiato rispetto al primo trimestre. Le tensioni geopolitiche sono rimaste tali, se non acuite ancora di più rispetto a qualche mese fa. I prezzi petroliferi sono aumentati; i consumi interni sono aumentati ma non a livelli così elevati, mentre gli investimenti hanno ripreso a crescere. È vero, però, che il contenzioso commerciale con gli Stati Uniti si è praticamente risolto grazie ai giudici della Corte Suprema. Rimane quindi l’incognita di ulteriori azioni protezioniste americane.
Sarebbe, però, un errore trasformare questo dato in una storia di boom. La stessa Seco, per bocca della responsabile della sezione congiuntura Felicitas Kemeny, ha invitato alla prudenza. Il motivo è semplice: una parte decisiva dello slancio arriva ancora una volta dal settore chimico-farmaceutico, il settore che più di altri - storicamente - sembra avere la capacità di spostare l’ago della bilancia del PIL svizzero visto che la quasi totalità della sua produzione è esportata all’estero.
Nel secondo trimestre il comparto è cresciuto addirittura del 10,5%, contribuendo in misura determinante al +3,9% dell’industria e al +1,5% complessivo dell’economia. Le esportazioni di merci sono aumentate del 5,5%. Numeri importanti, certo. Ma anche numeri che pongono una domanda: quanto di questa accelerazione è strutturale e quanto rappresenta, invece, un recupero dopo trimestri difficili o l’effetto di operazioni anticipate?
È la domanda che rende il dato meno trionfalistico. Perché un’economia davvero solida dovrebbe riuscire a distribuire la crescita in modo più omogeneo, senza dipendere eccessivamente dalla performance di un singolo grande comparto. Il fatto positivo è che questa volta la crescita è stata effettivamente più ampia: servizi, trasporti, comunicazione, finanza, commercio e ristorazione hanno tutti contribuito. Anche la domanda interna, dopo un avvio d’anno sottotono, è tornata a crescere dello 0,5%, in linea con la media storica. Ma anche qui emerge un’altra contraddizione. I consumi privati sono aumentati appena dello 0,3%. Gli svizzeri hanno speso di più per la sanità, gli alimentari, l’alloggio e la ristorazione, mentre hanno ridotto le uscite per i trasporti, il tempo libero e la cultura. Non esattamente il ritratto di un consumatore che si sente improvvisamente più ricco e fiducioso. È piuttosto il comportamento di un’economia che procede con prudenza - che è una virtù - mentre famiglie e imprese continuano a selezionare con attenzione come spendere i propri soldi. È il caso, per esempio, della stangata autunnale in arrivo dei premi di cassa malati che sottrarrà dall’anno prossimo altro potere d’acquisto alle famiglie. C’è, inoltre, anche il fatto che da ormai sei mesi - in pratica dall’inizio del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran - ogni volta che facciamo il pieno di benzina o gasolio all’auto spendiamo una decina di franchi in più rispetto a prima. Sono due fattori fondamentali che ridisegnano la spesa delle famiglie e cambiano le priorità di acquisto di ognuno di noi.
Anche gli investimenti crescono, ma senza accelerazioni spettacolari: +0,7% nell’edilizia e +0,8% nei beni di equipaggiamento. È un segnale incoraggiante, così come lo è l’aumento delle importazioni, cresciute del 2,2% insieme alla domanda interna. Ma forse è ancora presto per parlare di una nuova fase espansiva.
Come si ricorderà, il 2025 si è chiuso con un andamento del Prodotto interno lordo (PIL) del -0,4% nel terzo trimestre e del +0,2% nel quarto. Nell’insieme dell’anno l’espansione economica rispetto all’anno precedente si era attestata all’1,2%. Per il 2026 le principali autorità, i maggiori istituti (Seco, Ocse, Banca nazionale, KOF, economiesuisse e altri ancora) prevedono un incremento del PIL compreso fra lo 0,9% e l’1,3%. Probabilmente quest’anno dovrebbe chiudersi a un livello più elevato. UBS, per esempio, ha portato la sua stima dal +0,7% al +1,8%. Ma non bisogna dimenticare che la Svizzera, al pari di altre economie aperte, continua ad essere esposta alla domanda estera, alla congiuntura europea e alle vicende del commercio internazionale, oltre alle tensioni geopolitiche che non accennano ad allentarsi.
