L'eredità senza eredi di chi univa il Ticino: Marco Borradori manca ancora

Cinque anni dopo, Marco Borradori manca ancora. Non soltanto a Lugano. Manca alla politica ticinese. E forse proprio in questi giorni, mentre lo ricordiamo con l’inevitabile corredo di fotografie, testimonianze e parole commosse, dovremmo avere il coraggio di dirci che la sua eredità più preziosa è andata in buona parte dispersa. Nessuno ha saputo coglierla fino in fondo. O forse nessuno ha davvero voluto farlo, perché raccoglierla sarebbe stato molto più impegnativo che celebrarla. Di Borradori rimangono tracce concrete. Michele Foletti dice che quelle linee sono ancora il «GPS» della Città e ricorda la capacità dell’amico e collega di cercare una sintesi. È un riconoscimento importante, perché distingue l’eredità amministrativa da quella politica. La prima si può aggiornare, correggere, perfino inaugurare con qualche anno di ritardo. La seconda, se non viene coltivata, svanisce. Ed è precisamente ciò che è accaduto.
Borradori possedeva qualità che oggi paiono quasi fuori catalogo, passate di moda: la misura, la moderazione e l’ascolto. Non erano una tecnica di comunicazione studiata a tavolino, né un abito indossato all’occorrenza. Gli appartenevano, come il completo che sempre indossava quotidianamente con signorilità ed eleganza. Sapeva sorridere senza irridere, ascoltare senza fingere e dissentire senza trasformare l’interlocutore in un nemico da abbattere. Non era debole, come qualcuno sosteneva, confondendo la gentilezza con l’arrendevolezza. Una persona affabile ma determinata: quando qualcosa non andava, lo si capiva. Borradori non aveva bisogno di rompere i bicchieri per dimostrare di essere nella stanza. Oggi accade spesso il contrario. Tutti parlano, possibilmente per primi e più forte degli altri. Tutti vogliono apparire, occupare uno spazio, lasciare una dichiarazione, consegnare ai social una frase che resista almeno fino alla successiva boutade. L’ascolto (presunto, supponente e distratto) è diventato un po’ come una pausa tecnica durante la quale si prepara la replica. La sintesi, per giunta, viene guardata con sospetto: sembra una rinuncia, mentre è la forma più alta e più difficile della politica. Significa prendere il meglio del proprio pensiero, riconoscere ciò che vi è di buono in quello altrui e costruire una soluzione che non sia la semplice somma di due convenienze. Borradori sapeva farlo. Non sempre vinceva, non sempre convinceva, ma mai umiliava chi era in difficoltà. Gli tendeva la mano. È questo il patrimonio che nessuno ha davvero ereditato, nella Lega e fuori dalla Lega.
Saremmo curiosi di sapere come Borradori avrebbe affrontato le patate bollenti che negli ultimi anni hanno scottato le mani di diversi esponenti leghisti. Non perché fosse un mago, né perché la morte debba automaticamente santificare chi non c’è più. Anche lui commise errori, conobbe tensioni e dovette convivere con contraddizioni non piccole. Ma aveva un talento raro: disinnescare senza disertare. Entrava nei conflitti senza farsene inghiottire e riusciva spesso a conservare un canale aperto anche quando il rapporto sembrava compromesso. Il confronto con quanto è avvenuto tra Claudio Zali e Antonella Bignasca è inevitabile. La presa di distanza pubblica del Mattino della domenica dal consigliere di Stato ha mostrato una frattura politica profonda, sventolata senza molte cautele. Borradori e il Mattino non si amarono sempre, anzi. Erano mondi differenti per linguaggio, sensibilità e metodo. Lui, leghista sui generis, rifuggiva la clava; il domenicale, per contro, ne ha fatto spesso uno strumento identitario. Eppure, seppero convivere. Non per affinità, ma per intelligenza politica. Borradori capiva che abitare la stessa casa non significa pensarla allo stesso modo, così come dissentire non impone necessariamente di incendiare ogni settimana il salotto. Questo non vuol dire che oggi avrebbe ricomposto ogni dissidio con un sorriso e una pacca sulla spalla. Sarebbe una caricatura zuccherosa, perfino indegna di lui. Avrebbe probabilmente ascoltato le ragioni di Zali, detto anche «non sono il leghista che vorreste» e quelle dell’editrice peperina dei nostri giorni; avrebbe separato gli elementi personali da quelli politici; avrebbe cercato un terreno sul quale fosse ancora possibile parlarsi. E, se quel terreno non fosse esistito, avrebbe almeno evitato che il confronto diventasse una gara a chi alza più polvere (dal profilo politico). Era abile proprio in questo: non cancellava le differenze, le rendeva governabili.
La Lega lo ricorda come uno dei suoi grandi protagonisti. È giusto. Fu il suo primo consigliere di Stato, rimase per diciotto anni alla guida del Dipartimento del territorio e contribuì in maniera decisiva a trasformare un movimento di protesta in una forza di governo. Nel 2013 sbarcò a Lugano e conquistò la carica di sindaco, diventando per molti il «sindaco di tutti». Il suo consenso trasversale non nacque da una posizione indistinta o da un opportunismo ben confezionato. Scaturiva dalla fiducia. Molti elettori che non avrebbero mai votato Lega votavano Borradori, perché in lui vedevano una persona prima ancora di un’etichetta. Qui sta il paradosso. Norman Gobbi sostiene che Borradori incarnasse lo spirito leghista. Probabilmente è vero. Ma incarnava anche qualcosa di più largo della Lega e, per certi versi, persino qualcosa di diverso. Aveva un tratto democristiano nella ricerca della mediazione, uno spirito liberale nel rispetto dell’individuo e una sensibilità popolare autentica, non recitata. Era capace di stare in un movimento ruvido senza diventare ruvido per forza. Un aggregatore di consenso, mai un elefante in cristalleria. Anzi, quando attorno a lui qualcuno iniziava a far tintinnare i bicchieri, cercava istintivamente di rimetterli al loro posto. Non va però trasformato in un santino utile a tutti e scomodo a nessuno. Ricordare Borradori significa misurare la distanza tra ciò che la politica ticinese dice di ammirare e ciò che concretamente pratica. È facile citarne la capacità di ascolto; più difficile tacere per cinque minuti e accettare che anche l’avversario possa avere una parte di ragione.
Cinque anni sono un tempo sufficiente per distinguere il ricordo dall’eredità. Il ricordo è vivo, sincero, perfino affettuoso. L’eredità politica, invece, appare smarrita. Sopravvive qua e là, in qualche gesto, in qualche accordo, nella disponibilità di chi prova ancora a cercare una convergenza. Ma non è diventata metodo, né cultura condivisa. E non riguarda soltanto la Lega: l’intero mondo politico ticinese sembra avere perso quella grammatica fatta di fermezza senza arroganza, come pure di identità senza settarismo ed ironia senza disprezzo. Oggi è un altro mondo, si dirà. Un’altra comunicazione, un’altra velocità, un’altra politica. Tutto vero. Ma proprio per questo Borradori manca così tanto. Non perché fosse l’uomo di un tempo irripetibile, bensì perché possedeva qualità che sarebbero ancora più necessarie nel nostro. La Città conserva il suo GPS. La politica, invece, sembra aver spento il navigatore, convinta che basti parlare più forte per sapere dove andare. E così, a cinque anni dalla sua morte improvvisa, resta una domanda tutt’altro che commemorativa: chi avrà il coraggio di raccogliere davvero l’eredità di Marco Borradori? Non la sua popolarità, che non si eredita. Non il suo sorriso, che non si imita. Ma la fatica dell’ascolto, il gusto della misura e l’intelligenza della sintesi. Finora, bisogna dirlo, non si è fatto avanti nessuno.
