L’estremo mette radici nel vuoto dei moderati

La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è una vittoria federale, ma sarebbe un errore archiviarla come una faccenda regionale. La destra radicale, che mostra una deriva d’ispirazione neonazista, non è più soltanto una forza di protesta: si candida a governare. E quando accade in Germania, il terremoto ha inevitabilmente un’eco europea. La formula «l’Europa svolta a destra» coglie qualcosa, ma non spiega tutto. In molti Paesi avanzano partiti nazional-populisti, mentre altre destre governano o partecipano al Governo. Gli elettori, però, non votano tutti la stessa cosa né per un’unica causa. Dietro la crescita della destra estrema ci sono rabbia, paura, risentimento, desiderio di protezione e una domanda di autorità che i partiti tradizionali hanno spesso ignorato, nella speranza che tutto si sarebbe spento.
La questione migratoria è il punto centrale. Non perché ogni preoccupazione sull’immigrazione sia xenofoba, ma perché nessuna democrazia può apparire incapace di governare frontiere, asilo, integrazione e sicurezza. Se lo Stato non distingue chi ha diritto alla protezione, se a livello locale le autorità restano sole a gestire accoglienza e tensioni, se le promesse si moltiplicano e le procedure non finiscono mai, il terreno viene consegnato a chi propone una soluzione brutale e semplice: chiudere tutto, espellere tutti e fare della paura un programma politico.
Occorre ammettere che la destra radicale non ha inventato i problemi, ha semplicemente, e semplicisticamente, imparato a nominarli prima degli altri, o almeno a far credere di farlo. Il costo della vita erode i salari, la casa è irraggiungibile, il lavoro latita. O, quando c’è, offre salari inaccettabili ai giovani ed espelle i cinquantenni. Cresce la sensazione che le decisioni vengano prese lontano, da istituzioni dal linguaggio tecnico e incomprensibile. Qui sta il fallimento della politica di centro, quella che guarda a sinistra o a destra. I moderati si sono illusi che l’amministrazione sostituisse la politica: hanno chiesto pazienza, rinviato decisioni e costruito coalizioni senza una direzione leggibile. È il fallimento di chi ha definito infondata una paura o moralmente sospetto un disagio. Ma non si convince chi lo prova negandone l’esistenza. Sono esempi che riguardano anche la sinistra moderata. E non si può assolvere nemmeno la destra moderata. Quando insegue il credo dell’AfD sul suo terreno e ne adotta parole e bersagli, non la indebolisce: la legittima. Il confine tra una politica severa sull’immigrazione e la stigmatizzazione dello straniero esiste, e va difeso. Occorre dimostrare che la sicurezza non è un monopolio della destra radicale. Lo diventa soltanto quando gli altri rinunciano a parlarne.
La moderazione non è morta, ma è diventata invisibile. Il compromesso, volenti o nolenti, resta indispensabile per governare società complesse, ma un compromesso senza obiettivi, tempi e responsabilità appare come immobilismo. Il cittadino non chiede necessariamente un uomo forte e virile nell’eloquio. Chiede una politica capace di decidere e di convincere. Vuole sapere chi è responsabile, cosa cambia e quando. Se il centro non offre questa chiarezza, il voto drastico diventa una forma di supplenza: non sempre l’adesione a ogni idea del partito scelto, ma la volontà di scuotere un sistema percepito come sordo agli appelli.
E la Svizzera? L’AfD si traduce nell’UDC? Interrogarsi è legittimo, ma occorre non farsi trascinare in paragoni affrettati e facili. Gli esponenti dell’UDC che plaudono all’ascesa della destra estrema si schierano apertamente e danneggiano il proprio partito. L’UDC è una forza storica del sistema elvetico, da anni il primo partito nazionale e rappresentata nel Consiglio federale. Ha imparato a stare nelle istituzioni mentre le contesta, a vincere referendum e a partecipare al Governo. L’AfD è più giovane, più apertamente anti-sistema e razzista. La parte triste della storia tedesca rende immediato il parallelismo. Il sistema elvetico assorbe il conflitto attraverso federalismo, referendum, collegialità e maggioranze. L’UDC può dettare l’agenda senza trasformare da sola il Paese, pur essendo il primo partito. Questo non significa che la Svizzera sia vaccinata per sempre. Occorre tenere alta la guardia: anche una democrazia stabile può abituarsi a parole ieri impresentabili. È vero che non siamo nel 1933, ma le democrazie non crollano soltanto quando arrivano i dittatori. Si indeboliscono quando i cittadini smettono di credere nelle istituzioni, quando la verità diventa una questione di appartenenza, quando la politica denuncia invece di risolvere e quando l’odio arriva sulla scheda elettorale, venendo liquidato come semplice ignoranza.
La risposta all’AfD non può essere una predica sull’Europa virtuosa contro i barbari del voto. Deve essere politica concreta: confini controllati, asilo più rapido, integrazione esigente, servizi efficienti, salari difesi e sicurezza garantita. L’AfD avanza perché promette una rottura. Chi vuole fermarla deve dimostrare che cambiare è possibile senza distruggere la democrazia. Il passato non ritorna mai identico: ritorna sotto forma di abitudini, parole e indifferenza. È precisamente lì che bisogna fermarlo.
