L'editoriale

L'ordinario è pubblico, l'extra si addebita

Manifestazioni tra costi e danni, diritti e doveri
Berna a ferro e fuoco nell'ottobre di un anno fa. ©PETER KLAUNZER
Gianni Righinetti
26.09.2026 06:00

Siamo d’accordo: chi devasta paga. E chi organizza deve fare la sua parte perché una manifestazione si svolga senza violenze. Il principio è condivisibile. Ma il conto non si può spedire a occhi chiusi: bisogna distinguere tra il costo ordinario di garantire l’ordine pubblico e quello straordinario provocato da gravi disordini. Il primo spetta alla collettività; sul secondo è giusto discutere di un addebito, almeno parziale, a chi organizza. Le Camere federali hanno approvato una mozione che incarica il Consiglio federale di proporre una base legale per addebitare agli organizzatori, in tutto o in parte, costi di sicurezza e d’intervento in caso di gravi disordini. Non è una fattura pronta: è un mandato politico. Ora servono regole capaci di reggere di fronte ai fatti e ai tribunali. La spinta viene soprattutto da quanto accaduto nella capitale l’11 ottobre 2025, durante una manifestazione pro-Palestina non autorizzata. Il bilancio era stato pesante: 18 agenti e due manifestanti feriti, 57 edifici e nove veicoli danneggiati. Danni materiali oltre 600.000 franchi; l’intervento di polizia costò 1,1 milioni. È legittimo chiedere perché il conto dell’emergenza debba ricadere interamente sui contribuenti. Ma una cosa è far pagare il costo eccezionale; un’altra è presentare la normale fattura per aver garantito un corteo. La polizia deve esserci. Pianificare il corteo, deviare il traffico, proteggere i partecipanti e presidiare luoghi sensibili rientra nei compiti ordinari dello Stato, come la sicurezza di eventi sportivi o le visite ufficiali. Se ogni presenza di agenti fosse a carico degli organizzatori, manifestare avrebbe un prezzo d’ingresso e dipenderebbe dalle loro risorse. Diverso è il costo aggiuntivo, concreto e documentabile, che nasce quando la situazione degenera: rinforzi eccezionali, turni straordinari, mezzi speciali, interventi resi necessari da violenze gravi. Qui il principio del contributo sta in piedi. Ma la fattura deve riguardare spese effettive, necessarie e direttamente legate ai disordini, non un forfait, né il costo dell’intero dispositivo preventivo. Sulle puntuali manifestazioni si possono avere divergenti pareri e da queste colonne non siamo mai stati teneri con chi per esercitare il diritto costituzionale a manifestare, calpesta senza farsi troppi problemi l’altrettanto sacrosanto diritto altrui a fruire liberamente di piazze, arterie stradali e della sua libertà di movimento, senza blocchi, senza se e senza ma. Ma va chiarito quando l’organizzatore risponde: non per il solo fatto di aver convocato il corteo, ma in rapporto a obblighi precisi e a condotte accertabili, per esempio l’inosservanza delle condizioni concordate o il mancato intervento davanti a rischi prevedibili.

Sarebbe bello, ma non si può pretendere che chi organizza garantisca che nessuno commetta un reato. A Ginevra, il 14 giugno scorso, un corteo anti-G7 in larga parte pacifico, secondo la Polizia, è stato segnato dall’arrivo di gruppi violenti: un’auto incendiata, vetrine e edifici danneggiati, pietre e petardi contro gli agenti. Furono fermate 28 persone. Chi ha compiuto atti illeciti ne risponda. Ma non è automatico che ne debba rispondere anche chi aveva organizzato la manifestazione. C’è chi teme che una responsabilità oggettiva spinga gli organizzatori a rinunciare, lasciando cortei senza interlocutori, più difficili da gestire, più pericolosi e meno tangibili, sprovvisti totalmente di un nome e un cognome. Obiezione seria, ma non una ragione per fermarsi: occorre scrivere meglio la norma. La protesta può avvenire comunque, autorizzata o no; alle autorità servono interlocutori, non regole che li scoraggino. «Non è possibile, meglio rinunciare» non è una soluzione: lascia il conto alla collettività e la piazza senza gestione. Ginevra 2003 invita alla misura. Le proteste contro il G8 di Évian portarono incendi, saccheggi e danni per milioni. Ma una commissione d’inchiesta criticò anche la Polizia, giudicando che non avesse svolto il proprio compito. La sicurezza è responsabilità condivisa, non confusa: chi rompe risponde dei danni, gli organizzatori dei propri inadempimenti, le autorità del servizio pubblico.

Il Ticino ha già imboccato questa strada. Un esponente dell’MPS, ha impugnato davanti al Tribunale federale la nuova Legge sulla polizia, contestando anche la norma sui costi per manifestazioni ideali. A suo avviso mancano condizioni, tetti e criteri prevedibili; la decisione è lasciata alla polizia. Sono censure, non un verdetto. Ma la base legale deve dire con precisione cosa fatturare, a chi, quando e come ricorrere. La soluzione non è scegliere tra libertà di manifestare e responsabilità per le conseguenze. È tenere insieme entrambe. Costi ordinari alla collettività; costi straordinari, provati e causati dai disordini, recuperabili in modo proporzionato; responsabilità individuale per chi danneggia; garanzie per l’organizzatore che ha agito correttamente. Il principio è giusto. Proprio per questo non va trasformato in uno slogan né lasciato a una fattura senza limiti.