L'ultima occasione sprecata da Claudio Zali

Capolinea doveva essere e capolinea sarà. Il consigliere di Stato ha capito che per lui non ci poteva più essere un futuro politico e così ha preso la sola decisione che la ragione, dopo troppe follie lette e sentite, imponeva. La pressione negli ultimi giorni si era fatta asfissiante e, prima il silenzio, poi la lettera d’addio per annunciare le dimissioni hanno messo il timbro su quella che era diventata una scelta logica, anche se non c’era una norma di legge che lo costringesse a lasciare il Governo. Una lettera che, purtroppo, ancora una volta non gli fa onore e che lascia un senso di delusione e sconcerto profondo. Per Claudio Zali è sempre colpa degli altri. Dei media, naturalmente, trasformati nel bersaglio dell’ultima invettiva. Delle donne che hanno attraversato una vicenda privata diventata pubblica perché certe parole, dalla bocca di un presidente del Governo, smettono di essere soltanto questioni personali o da salotto. E poi della politica, descritta come mediocre, quasi fosse un corpo estraneo incontrato per caso lungo la strada. Peccato che con quella politica Zali abbia convissuto per tredici anni, occupando uno dei posti più importanti e beneficiando della legittimazione istituzionale che oggi liquida con disprezzo. Se il sistema era tanto misero, perché restarci così a lungo? Se i protagonisti erano tanto inadeguati, perché sedere con loro, decidere con loro, governare con loro? Domande semplici. Risposte, per ora, non pervenute. E che forse non arriveranno mai. Il «modo», il «come», è il tratto che più colpisce. Ancora una volta, per l’ennesima volta, la migliore difesa coincide con l’attacco. Ancora una volta il centro del racconto è lui: l’uomo colpito, accerchiato, disgustato, ostacolato da un’operazione che avrebbe compromesso la sua serenità e la candidatura del 2027. Tutto ruota attorno al torto che ritiene di avere subito. Quasi nulla attorno allo sconcerto e alla ferita istituzionale provocati dalle sue parole. Zero empatia. Zero scuse. Neppure un briciolo di rincrescimento umano. Una volta ancora freddo come un cubetto di ghiaccio, mentre avrebbe potuto mostrare che dietro il ruolo, la toga di ieri e la corazza politica di oggi esiste una persona capace di comprendere il peso delle proprie parole e delle proprie azioni. A deludere non è il politico, poco importa se di destra o di sinistra. È l’uomo. Per le donne al centro delle vicissitudini che hanno conosciuto eco pubblica, non un briciolo di rincrescimento, non un accenno di scuse, men che meno di autocritica. Nei rapporti umani, d’amicizia o di coppia, se si sbaglia, si sbaglia in due. C’è il momento dell’astio, della delusione, moderatamente ci può stare anche un po’ di rabbia, una parola di troppo, ma poi, a mente fredda, dovrebbe riemergere la ragione. La lettera in questione, in questo senso, è stata un’occasione sprecata. E qui la politica non c’entra nulla.
Non è questione di pretendere un’autoflagellazione pubblica. Un consigliere di Stato, già giudice e presidente del Governo, non è chiamato soltanto a chiedersi se una frase configuri un reato. Deve domandarsi se sia compatibile con la dignità della funzione e con l’autorità morale necessaria per rappresentare le Istituzioni. Ripetere «non sono un violento» significa rispondere soltanto alla domanda che fa più comodo lasciando intatta quella decisiva: è accettabile che un uomo investito di tanto potere parli della violenza come di una soluzione, sia pure in uno sfogo privato? Zali sceglie la via più antica del potere in difficoltà: spostare la colpa. A furia di indicare il dito degli altri, Zali evita accuratamente di guardare la propria mano.
Eppure, sarebbe ingeneroso negare ciò che è stato. Zali possiede un’intelligenza fuori dal comune, rapidità di pensiero, cultura giuridica, capacità dialettica e un’ironia spesso affilata. Ha affrontato dossier complessi e ha saputo leggere debolezze e ipocrisie della politica con un’acutezza che molti colleghi non hanno. Proprio per questo la conclusione amareggia di più. Se fosse stato un personaggio modesto la parabola sorprenderebbe meno. Peccato che un’intelligenza sopraffina sia stata azzerata dall’istinto, consumata dall’insofferenza, piegata alla convinzione di poter sempre alzare il tiro e avere comunque l’ultima parola, perché gli altri sono «nulli». Quell’intelligenza avrebbe potuto essere investita pienamente nell’interesse del Paese. Troppo spesso è stata usata per vincere il duello del giorno, umiliare l’interlocutore o dimostrare di essere il più brillante nell’aula parlamentare. Ma governare non è avere sempre la battuta migliore. È capire quando tacere, quando ascoltare e, soprattutto, quando chiedere scusa.
E il Governo? Il Governo arriva alla fine di questa storia trascinandosi, impaurito e titubante, con il passo corto di chi spera che sia il calendario a decidere al posto suo. Prima formule nebulose, poi responsabilità trasferite, infine una conferenza stampa che avrebbe dovuto restituire autorevolezza alle Istituzioni e ha invece mostrato tutta la debolezza del collegio. Un Esecutivo amministrativo nel senso peggiore del termine: attento alla procedura, ai turni, alle competenze e alle parole da leggere, ma incapace di trasmettere una guida politica. Finanche ridicolo nella sceneggiata di una conferenza impostata come una recita alle elementari: a ciascuno la sua frase, il foglio davanti, il passaggio concordato, la prudenza elevata a forma di governo. Tutto ordinato, tutto composto, tutto terribilmente piccolo rispetto alla gravità del momento.
La nuova presidente Marina Carobbio ha almeno pronunciato parole nette sull’inammissibilità della violenza, anche verbale. Raffaele De Rosa ha espresso delle scuse per aver sottovalutato, in un momento particolare, l’arrogante e-mail di Zali per piazzare un’amica all’Ente ospedaliero cantonale. De Rosa almeno si è distinto e merita un plauso. Ma il quadro resta quello di un Governo che ha reagito, non agito, che ha atteso e non guidato. Che ha preso atto dopo avere sperato fino all’ultimo di non dover prendere posizione. Certo, i margini costituzionali e legislativi dicono che un consigliere di Stato eletto dal popolo non può essere cacciato con un colpo di penna dai colleghi. Ma tra l’impotenza giuridica e l’afasia politica esiste uno spazio enorme. In quello spazio si esercita l’autorevolezza e si spende il carisma. Ed è proprio lì che il Consiglio di Stato è mancato.
E adesso arriva Piero Marchesi. Il presidente dell’UDC deve ancora pizzicarsi per verificare di essere sveglio e non al centro di un sogno dal quale svegliarsi tutto sudato. Da mesi combatteva Zali (e viceversa), lo considerava la pietra d’inciampo sulla strada dell’intesa con la Lega e preparava una corsa autonoma. Improvvisamente non solo vede cadere il nemico politico, ma ne eredita il seggio. Una manna precipitata dal cielo della politica ticinese, dove il destino ama talvolta esagerare. Marchesi, primo subentrante della lista comune del 2023, entra in Governo a pochi mesi dalle Cantonali, con una tribuna istituzionale che nessuna campagna avrebbe potuto garantirgli. Altro che arrocco. Questo è uno scambio di pezzi imprevedibile persino per il più scaltro regista di thriller: esce il leghista che impediva l’alleanza, entra il democentrista che aveva costruito la propria alternativa proprio contro di lui.
La Lega tenta intanto goffamente di raccontare le dimissioni come una scelta condivisa e responsabile, ringraziando Zali per gli anni di servizio (mentre Zali, coerente fino in fondo, non ha neppure ringraziato la Lega). Dopo due comunicati scritti con la coda in mezzo alle gambe, la Lega torna tronfia e con busecche che ribollono. Ma dovrà fare i conti con una verità scomoda: non ha governato la crisi, ne è stata travolta. Ha atteso che il Mattino segnasse la rotta, che gli altri partiti alzassero la pressione e che Zali decidesse tempi e forma dell’uscita. Ora si ritrova con un seggio conquistato dalla lista comune occupato dal presidente dell’UDC e con l’alleato-rivale rafforzato alla vigilia della campagna che l’UDC farà in solitaria, perché abbracciare la Lega oggi sarebbe una scelta di convenienza poco spendibile con l’elettorato dall’orgoglio democentrista e perché (principio della prudenza) in autunno si conoscerà l’esito della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Hospita-Lega. Ma in fin dei conti il paradosso è completo. Chi voleva difendere la propria autonomia ha consegnato all’altro partito la migliore rampa di lancio possibile.
Resta Claudio Zali, con la sua intelligenza, il suo orgoglio e la solitudine di queste ore. Le dimissioni chiudono la questione istituzionale, non quella umana. Nessuno gli chiede di rinunciare a difendersi o di accettare accuse che ritiene ingiuste. Ma difendersi non significa negare ogni responsabilità morale. Si può contestare la diffusione degli audio e, nello stesso tempo, riconoscere l’orrore di certe parole realmente pronunciate. Si può rivendicare il lavoro svolto e ammettere di avere ferito la fiducia dei cittadini. Si può essere forti dicendo «ho sbagliato». Anzi, spesso è l’unica forza che resta quando tutto il resto crolla. Finora non è accaduto. Sono colpevoli i media, la politica, gli avversari, il clima, il sensazionalismo. Sempre gli altri. Ma un uomo delle Istituzioni si misura proprio quando non può più impartire lezioni e deve guardarsi allo specchio. Zali si appresta a lasciare il Governo senza avere ancora compiuto quel passo. Non quello formale, scritto in una lettera e fissato sul calendario. Quello più difficile, più semplice e più umano: riconoscere che le parole hanno un peso, che il potere non attenua gli errori e che chiedere scusa non è una resa. È profonda umanità.
