Questi Moretti non ci piacciono, ma anche molto altro

E allora respiriamo. Tutti. Perché quando la cronaca giudiziaria diventa una gara di indignazione a chi urla più forte, il rischio non è solo quello di perdere lucidità: è quello di smarrire lo Stato di diritto lungo la strada, travolto da un polverone buono per i social e pessimo per la giustizia. La scarcerazione di Jacques Moretti e la cosiddetta “cauzione fantasma” hanno scatenato, soprattutto oltreconfine, un’indignazione di pancia comprensibile. Comprensibile, sì. Giustificabile, fino a un certo punto. Perché il dolore, la rabbia, il senso di frustrazione di fronte a vicende opache non si discutono. Si registrano. Ma una cosa è capire l’emotività, un’altra è trasformarla in linea politica, pressione diplomatica o, peggio, in una delegittimazione sistematica delle istituzioni giudiziarie altrui. Qui occorre dirlo senza giri di parole: la separazione dei poteri non è un orpello per tempi tranquilli, ma una garanzia che vale soprattutto quando il clima si surriscalda. E oggi siamo ben oltre il punto di ebollizione. Ministri, premier, diplomatici improvvisamente tentati dal ruolo di giudici supplenti. Commentatori che confondono il codice penale con il codice dell’indignazione permanente. Ma scherziamo? E guardate che a noi, a noi svizzeri, a noi cittadini in genere, questi Moretti non piacciono per nulla.
Mettiamo un punto fermo, che non è una scusa ma un fatto: la decisione di scarcerazione non è della Procura bensì del Tribunale delle misure coercitive. È la realtà dei fatti, non un cavillo. Si può criticare? Certo. Si può non condividerla? Legittimo. Ma far finta che non esista questa distinzione significa raccontare una storia falsa, o quantomeno comoda. E la giustizia, quella vera, non vive di comodità narrative. Detto questo – perché qui nessuno fa sconti – la reazione della Procura è apparsa tardiva. La lettura della realtà, almeno dall’esterno, è sembrata lenta, impacciata, forse sottovalutata. È giusto dirlo, è doveroso dirlo. Una spinta alla Procura vallesana ci sta. Fa parte del controllo democratico, della critica informata, persino della pressione dell’opinione pubblica quando è fondata. Ma alzare il tiro, invocare interventi esterni, trasformare il caso in un braccio di ferro politico internazionale: no, questo no. Non serve. Non aiuta. Anzi, danneggia.
Il polverone mediatico non accelera i dossier, non rafforza gli atti d’accusa, non migliora la qualità delle inchieste. Al contrario, irrigidisce le posizioni, crea riflessi difensivi, alimenta sospetti di ingerenze. Ed è esattamente l’ultima cosa di cui c’è bisogno se davvero vogliamo una giustizia compiuta e vera. E sia chiaro: chiedere prudenza e moderazione non è buonismo. Non è difendere chi non è difendibile. È difendere il principio per cui a giudicare e, se del caso, condannare deve essere un tribunale. Non un ministro di un altro Stato. Non una premier. Non un diplomatico con il microfono acceso. Non si chieda alla politica di fare il giudice, perché quando la politica si mette la toga sopra il vestito istituzionale, la toga perde credibilità e la politica perde dignità. Su questo siamo tassativi. La giustizia non si amministra per dichiarazioni stampa né per note diplomatiche piccate. E guai a trasformare un procedimento penale in una prova di forza tra Stati, come se il diritto fosse una variabile negoziabile. Non lo è. O almeno, non dovrebbe esserlo. Ora tocca alla Procura. Tocca fare il suo dovere. Accelerare, chiarire, decidere. Senza alibi, senza tentennamenti, senza più zone d’ombra. Ma anche senza ingerenze inopportune di terzi e di altri Stati. Perché la giustizia, per essere credibile, deve essere indipendente non solo dalla politica interna, ma anche dalle pressioni esterne. Altrimenti non è giustizia: è teatro.
In fondo, è quello che vogliamo tutti. Davvero tutti. Non vendette simboliche, non colpevoli mediatici, non processi paralleli sui social. Vogliamo una sentenza. Fondata. Motivata. Esecutiva. Il resto è rumore. E di rumore, francamente, ne abbiamo già abbastanza.
