Sui 10 milioni una ricetta che genera altri problemi

Per la terza volta nello spazio di 12 anni la politica migratoria finisce sotto attacco. Al primo tentativo, nel 2014, l’UDC la prese alla larga, chiedendo tetti massimi e contingenti per gli immigrati dall’Unione e dando mandato al Consiglio federale di rinegoziare l’accordo sulla libera circolazione delle persone. L’iniziativa, accolta con il 50,3% dei voti, non proponeva di abolire la libera circolazione. Alla fine, il Parlamento diede la priorità al mantenimento degli accordi bilaterali, dribblando l’ostacolo con l’espediente della preferenza indigena light per i residenti. La seconda volta, sei anni dopo, il partito mirò dritto al cuore dei bilaterali, chiedendo espressamente l’abolizione della libera circolazione. Il tentativo fallì. L’iniziativa «Per un’immigrazione moderata» venne respinta con il 61,7% di voti contrari. Oggi, memore delle due lezioni precedenti, l’UDC ha abilmente confezionato una proposta che non lascia spazio ad interpretazioni né chiede la disdetta immediata della libera circolazione, ma la vincola alla crescita demografica. Quando la Svizzera supererà i 10 milioni di abitanti, il Consiglio federale dovrà denunciare l’intesa con l’Unione europea. Non si scappa. Un sì il 14 giugno non avrebbe effetti istantanei ma innescherebbe un processo destinato a culminare con la rescissione dell’accordo sulla libera circolazione e poi con quella degli altri bilaterali. Cambia la musica – stavolta il leitmotiv è la sostenibilità – ma l’obiettivo è sempre lo stesso. Sarebbe una prima assoluta. Dal 2000 a oggi, il popolo ha detto per almeno cinque volte di voler regolare i rapporti con Bruxelles tramite la via bilaterale: nel mese di maggio del 2000, approvando gli Accordi bilaterali 1; nel mese di giugno del 2005, con l’associazione a Schengen e a Dublino; tre mesi più tardi con l’estensione della libera circolazione a dieci nuovi Stati dell’Unione; nel febbraio del 2009, con il rinnovo a tempo indeterminato della libera circolazione; e nel settembre del 2020, respingendo, come detto, la seconda iniziativa UDC. Il partito di Marcel Dettling, gli va dato atto, l’ha pensata bene, perché tramite il vincolo demografico tocca i nervi scoperti del rapido aumento dell’immigrazione avvenuto dal 2000 a oggi: il sovraccarico delle infrastrutture, le tensioni sul mercato immobiliare, il disagio (e persino la stanchezza) per un certo tipo di crescita economica, i timori per la coesione sociale. Non a caso, l’iniziativa raccoglie simpatie anche in una parte dell’elettorato non UDC e fra esponenti degli altri partiti borghesi. Il fatto che in caso di sì popolare non accadrebbe nulla per i primi cinque-dieci anni e che si tenti anche di minimizzare (come nel 2014) le conseguenze di un voto favorevole, facilita i consensi. Si potrebbe considerare l’iniziativa come un’opportunità per punire un mondo politico che non ha saputo rispondere alle preoccupazioni della popolazione o semplicemente per dare un segnale affinché si intervenga per sistemare le cose. Ma quest’ultimo sarebbe un gioco rischioso perché il mandato è inequivocabile. Una volta attivata, la bomba a orologeria può essere neutralizzata solo se la crescita demografica resta sotto le soglie fissate nelle nuove disposizioni costituzionali.
Si possono comprendere l’insoddisfazione e la sfiducia verso una classe dirigente accusata di non avere rimedi efficaci per gestire gli effetti collaterali della crescita. Senza dimenticare, comunque, che certi problemi sono in parte «autoinflitti»; ad esempio, il lavoro part-time e i prepensionamenti aumentano la probabilità di ricorrere a forza lavoro esterna. Ma lo strumento proposto dall’iniziativa, un tetto rigido alla popolazione frenando l’immigrazione, è inadeguato. Potrebbe avere effetti positivi in certi ambiti, ma rischia anche di aggravare problemi esistenti e al tempo stesso di crearne di nuovi, ancora peggiori. Anche se la metafora è un po’ abusata, la soluzione dei mali denunciati non sta certo nel congelare la crescita demografica a un livello arbitrario, trasformando il Paese in una specie di autosilo in cui si può entrare solo quando esce qualcun altro. Restano sul tappeto domande fondamentali. Tanto per citarne alcune: come continuare a garantire la crescita economica – indispensabile per finanziare stato sociale e servizi – limitando fortemente l’immigrazione, che finora l’ha sostenuta? In altri termini, come frenare l’afflusso di lavoratori stranieri senza compromettere la prosperità generale? Con l’iniziativa si aprirebbe un periodo di incertezze per il venir meno della via bilaterale. Bisognerebbe istituire un apparato burocratico per la gestione e l’assegnazione delle quote di manodopera estera, con conseguenti conflitti distributivi fra settori economici, Cantoni e regioni. Ci sarebbero sicuramente dei perdenti fra chi ha meno mezzi per tutelare i propri interessi. Inoltre, nelle zone di confine si teme, come effetto indesiderato, un ulteriore aumento dei frontalieri.
C’è anche un altro grosso problema di fondo. L’iniziativa cade in un brutto momento dal punto di vista demografico. Il numero dei pensionati è destinato ad aumentare sensibilmente nei prossimi anni e questa forza lavoro andrà sostituita. L’immigrazione resterà pertanto un fattore importante anche per il finanziamento dell’AVS. Una sua limitazione, per contro, aggraverebbe gli squilibri generazionali. Se la si vuole comunque frenare senza perdere prosperità, l’alternativa sarebbe spiacevole: lavorare di più e quindi aumentare l’età di pensionamento. Siamo pronti per questo passo?
