L'editoriale

Too big to fail, la «Lex UBS» è giunta davanti alla politica

Durante la sessione delle Camere federali di settembre verrà discussa la riforma della legge per le banche sistemiche - In campo due visioni per la stabilità finanziaria dopo il crollo di Credit Suisse
©Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
04.09.2026 06:00

Sarà una sessione piuttosto calda quella che si apprestano ad affrontare le deputate e i deputati alle Camere federali, dal prossimo 14 settembre. I temi in discussione sono molti, come dimostrano i rispettivi programmi che insieme formano un faldone di oltre 70 pagine. In questa sede ci soffermeremo però su uno solo, quello che si discute il 17 settembre agli Stati e che divide. Parliamo della modifica della Legge sulle banche che riguarda in particolare quelle di rilevanza sistemica, con la questione della copertura con fondi propri per partecipazioni estere nella casa madre (soprannominata «Lex UBS», dato che concerne, di fatto, solo il primo istituto del Paese) e quella della garanzia statale della liquidità (la cosiddetta «Public Liquidity Backstop»). La prima è forse la più controversa, tant’è che da quando il Consiglio federale l’ha presentata a inizio giugno 2025, nel contesto del maxi pacchetto di misure volte a rafforzare la regolamentazione esistente ed evitare un altro caso Credit Suisse, si è acceso il dibattito, soprattutto quello a distanza tra i vertici di UBS e del Dipartimento federale delle finanze (DFF). In sostanza, il Consiglio federale, con l’avallo della BNS e della Finma, vuole che UBS copra al 100% con capitale proprio «primario» (CET1) il valore delle partecipazioni nelle filiali estere. Per UBS la misura rappresenterebbe una «zavorra» di circa 20 miliardi di dollari, capace di erodere la sua competitività su scala globale. La Commissione dell’economia e dei tributi degli Stati ha imboccato la via del compromesso e «alleggerito» la misura, proponendo una copertura sì integrale, ma per metà con CET1 e per metà con obbligazioni AT1, gli strumenti ibridi di capitale introdotti dopo la crisi del 2007-2009. «Non è un regalo», ha tuttavia assicurato il presidente della Commissione Erich Ettlin.

Dicevamo del dibattito che divide. Dopo la comunicazione della Commissione degli Stati, l’Associazione svizzera dei banchieri ha parlato di requisiti «oltre gli standard internazionali», pur salutando l’apertura sugli AT1; il Partito socialista è categorico e ritiene il tutto «inaccettabile» e un «favore» reso alla direzione e agli azionisti di UBS a spese dei contribuenti. UBS, invece, ha ribadito quanto sta dicendo da mesi, avvertendo che le raccomandazioni formulate dalla Commissione inasprirebbero requisiti già tra i più severi al mondo e ne farebbero lievitare i costi, portando a circa 30 miliardi di dollari l’impatto patrimoniale complessivo legato all’acquisizione di Credit Suisse, oltretutto in controtendenza rispetto ai centri finanziari che stanno semplificando - e allentando - le proprie regole.

In questa fase l’impressione è che il dibattito non sia più economico o finanziario, ma squisitamente politico. Karin Keller-Sutter, forte dell’esperienza di quei concitati giorni di metà marzo 2023, ha scelto la linea dura. Una scelta che risponderebbe, più che a un freddo calcolo di stabilità finanziaria, a un sentimento diffuso in una parte dell’elettorato, quella che, ferita dalla fine tragica - e, va ribadito, tutt’altro che inevitabile - di Credit Suisse, è convinta che «UBS debba pagare». Per che cosa, di preciso, non è chiaro. Ricordiamo che, sebbene UBS in passato avesse pensato a un’acquisizione di CS, tre anni fa sarebbe stata «obbligata» a farlo su esplicito «invito» del DFF - o almeno così lasciano intendere le ripetute dichiarazioni del CEO Sergio Ermotti. Ad ogni modo, da una «ministra» delle Finanze, oltretutto con ampia esperienza al Consiglio degli Stati dove l’economia e la finanza sono «di casa», ci si attenderebbe un po’ più di lungimiranza e meno «gioco politico», pur capendo benissimo la complessità della questione. Del resto, i contribuenti (e pure i risparmiatori) svizzeri non vogliono più vivere una situazione come quella di tre anni fa ed è più che legittimo voler fare in modo che non si ripeta. Dopo gli Stati, il dossier passerà al Nazionale. Alla fine saranno le Camere a decidere come sarà il futuro dispositivo «too big to fail». Qualunque sarà l’esito, UBS non dovrebbe subire grandi scossoni. A meno che la legge non finisca davanti al popolo, qualora si volesse lanciare un referendum. Allora sì che tempi e scenari si allungherebbero. Con il rischio che la banca decida non di trasferire la sede legale all’estero - cosa che non intende fare - ma di spostare il suo centro d’interesse principale altrove. Per esempio negli Stati Uniti, dove UBS sta investendo molto e dove ha ottenuto una licenza nazionale, che le consente di operare alla pari degli istituti americani.

Nel frattempo, lontano dai riflettori del dibattito parlamentare, migliaia di azionisti e obbligazionisti AT1 ex CS, «gabbati» da discutibili decisioni politiche, restano in attesa che la Giustizia si pronunci sui rispettivi ricorsi. Anche questo, in fondo, è un capitolo del conto di Credit Suisse che qualcuno, prima o poi, dovrà saldare.