Too big to fail, una legge da rivedere per evitare altri casi Credit Suisse

Ogni crisi aziendale o di sistema ha le proprie peculiarità. Quella che costrinse più di tre anni fa il Consiglio federale, di concerto con la Banca nazionale svizzera e Finma (e con UBS), a salvare in un drammatico fine settimana la moribonda Credit Suisse, era dovuta a una crisi di fiducia e liquidità culminata in una classica corsa agli sportelli in versione 2.0 da parte di clienti e investitori. Anni di scandali, perdite finanziarie miliardarie e debolezza reputazionale avevano minato un istituto bancario simbolo della storia industriale svizzera. Nonostante la solidità patrimoniale, risultata poi essere solo formale, Credit Suisse non fu più in grado di sopravvivere autonomamente e dovette essere assorbita dalla concorrente UBS. Debolezze reputazionali e inciampi finanziari, quelli di Credit Suisse, originati tutti al di fuori dei confini patri senza però che qualcuno - il regolatore in primis - alzasse almeno un sopracciglio di rimprovero. Non accadde, lo sappiamo, sennò in questi anni avremmo raccontato un’altra storia.
Fatta questa premessa, nessuno, in realtà, sa con quali caratteristiche si presenterà la prossima crisi bancaria o finanziaria. Quello che è certo è che il Consiglio federale vuole evitare che si presenti un secondo caso di portata sistemica magari ancora più grave del precedente. Però, come spesso accade, ci si prepara a un evento futuro - incerto e improbabile - con l’esperienza del recente passato. Anche le istituzioni, come le persone di cui sono costituite, de resto, tendono a reagire in modo quasi «pavloviano». Ci si è scottati con il fuoco? La prossima volta che si vedranno delle fiamme, si tenderà a stare il più lontano possibile dalle stesse e poi magari, inconsapevolmente, si abbasserà l’attenzione su altre fonti di pericolo.
La crisi di Credit Suisse ha chiarito un punto che per anni è rimasto sullo sfondo del dibattito: nel momento del bisogno non esistono banche davvero globali completamente sganciate da una realtà nazionale. Il capitale finanziario è mobile e quindi può spostarsi da un punto all’altro del globo con molta facilità. Quando la fiducia evapora e i mercati si chiudono, è sempre la casa madre della banca, radicata in un Paese preciso, a diventare il punto critico dell’intera rete. È in questa prospettiva che va letta la riforma too big to fail annunciata dal Consiglio federale. A prima vista si tratta di una misura tecnica: obbligare le banche di rilevanza sistemica a coprire integralmente con capitale proprio cosiddetto «duro» le partecipazioni nelle filiali estere. Con questa espressione si intende il capitale definito con l’acronimo CET1 (Common Equity Tier1). In pratica è tutto ciò (azioni, riserve di utili e imposte differite) che può essere trasformato rapidamente in liquidità. In realtà, la portata è anche politica. La regola afferma che la crescita internazionale degli istituti finanziari non può più poggiare su strutture patrimoniali fragili, su leve che funzionano in tempi normali ma che, in periodi di crisi, finiscono per mettere in difficoltà l’intero sistema.
Formalmente la norma riguarda tutte le cinque entità finanziarie sistemiche svizzere, ma nella sostanza la destinataria è una sola: UBS. Sarebbe però sbagliato interpretare la proposta di riforma, che entrerebbe in vigore in alcune sue parti per via di ordinanza già a partire dal 1. gennaio 2027, come una punizione. È più correttala lettura come atto di realismo. Oggi la Svizzera dispone di una sola banca di dimensioni tali da poter avere un impatto sistemico su economia e finanze pubbliche. Ignorare questo dato o trattarlo come uno fra tanti non sarebbe corretto. Il costo della scelta non è trascurabile. Più capitale significa potenzialmente rendimenti inferiori per gli azionisti, meno programmi di riacquisto di azioni, una crescita estera più selettiva e anche meno credito per le aziende, non bisogna nasconderlo. UBS dovrà adattare strategia e priorità. Ma la domanda di fondo, alla luce della recente esperienza, è inevitabile: che cosa ci si aspetta da una banca di importanza sistemica? Massimizzare il rendimento in ogni fase del ciclo o garantire resilienza quando il ciclo si inverte bruscamente?
Per anni la regolamentazione bancaria svizzera ha cercato un equilibrio molto delicato tra stabilità del sistema e competitività internazionale della piazza finanziaria. La crisi di Credit Suisse non ha cancellato quell’equilibrio, ma lo ha spostato. Il messaggio politico che emerge è chiaro: la stabilità viene prima, perché senza stabilità non esistono né fiducia né competitività duratura.
