L'editoriale

Una crisi che Trump non riesce a gestire

Dopo l’improvviso riaccendersi dello scontro armato tra Iran e Israele, il presidente americano cerca di gettare acqua sul fuoco
©Mark Schiefelbein
Osvaldo Migotto
08.06.2026 20:17

Dopo l’improvviso riaccendersi dello scontro armato tra Iran e Israele, Donald Trump cerca di gettare acqua sul fuoco. Dapprima chiedendo, senza successo, al premier israeliano di non replicare all’attacco con missili balistici lanciato da Teheran contro lo Stato ebraico nella notte tra domenica e lunedí, poi sollecitando entrambi i contendenti a sospendere le operazioni belliche. Un appello che ieri pomeriggio ha sortito un effetto positivo, dato che entrambi i contendenti hanno annunciato la sospensione delle ostilitá.

Tuttavia i pasdaran (il pilastro fondamentale del regime iraniano) hanno precisato di essere pronti a riprendere lo scontro armato nel caso in cui l’esercito con la Stella di David prosegua gli attacchi nel sud del Libano. Una richiesta che, alla luce di quanto abbiamo visto finora sul terreno di scontro, non appare di facile attuazione. In effetti da quando lo scorso aprile è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco tra USA e Iran (Teheran aveva esplicitamente chiesto che la tregua valesse anche in Libano), le ostilitá tra esercito dello Stato ebraico e i terroristi hezbollah attivi nel Paese dei Cedri non si sono mai fermate.

A spingere l’Iran a lanciare l’inatteso attacco missilistico contro Israele vi sarebbero proprio i recenti bombardamenti israeliani su Beirut e altre localitá libanesi. I vertici della Repubblica islamica non appaiono dunque disposti ad abbandonare al loro destino i fedeli alleati hezbollah, da sempre spina nel fianco di Israele e in particolare del nord dello Stato ebraico, bombardato con razzi a più riprese dai guerriglieri islamici.

Si tratterá ora di vedere fino a che punto la dirigenza iraniana sará in grado di esercitare pressioni sugli Stati Uniti affinché a loro volta spingano Netanyahu a sospendere i ripetuti bombardamenti su diverse località libanesi che da mesi stanno causando numerose vittime anche tra i civili. Quando Donald Trump si è lasciato convincere dal premier israeliano ad aggredire militarmente la Repubblica islamica sicuramente non immaginava in quale ginepraio sarebbe andato ad infilarsi.

Dal punto di vista della potenza militare i guardiani della rivoluzione, che di fatto stanno guidando il Paese dopo l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei da parte israeliana lo scorso 28 febbraio, non sono certo in grado di reggere il confronto con USA e Israele. Tuttavia Teheran, nella sfida impari, ha saputo infliggere un duro colpo al leader della superpotenza americana, bloccando la libera circolazione sullo stretto di Hormuz. Una mossa che sta ponendo in grandi difficoltá l’intera economia mondiale, creando malumori e serie preoccupazioni un po’ ovunque, Stati Uniti compresi.

Chiara dunque la necessitá, per il «commander-in-chief», di correre ai ripari dopo la nuova esplosione delle ostilitá tra Teheran e Tel Aviv. Il fatto è che allo stato attuale la situazione non è per nulla di facile gestione. I dirigenti iraniani sono dei tagliagole che pur di rimanere al potere hanno trucidato migliaia di loro connazionali che ambivano ad aperture democratiche, mentre il presidente USA si propone come negoziatore dopo aver bombardato per due volte l’Iran mentre erano in corso delle trattative tra iraniani e americani.

A fare da sfondo all’intricata quanto esplosiva situazione vi è poi il fatto che il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale sono ormai da tempo trattati come carta straccia da protagonisti di peso attivi sullo scacchiere mediorientale. C’è da chiedersi su quali basi Trump intenda riportare alla normalità la situazione sullo stretto di Hormuz, che in fin dei conti è l’unica cosa a cui l’inquilino della Casa Bianca mira veramente.

In questo articolo: