Una strada in salita per pagare la 13. AVS

Inizia in salita la campagna per l’aumento dell’IVA a favore della 13. AVS. Secondo il primo sondaggio pubblicato dai giornali del gruppo Tamedia, il 60% degli svizzeri intenderebbe riporre un no nell’urna il prossimo 29 novembre. Per quanto la situazione sia ancora molto fluida, visto che manca un mese e mezzo al voto, si tratta di un’indicazione significativa. Innanzitutto perché per i sostenitori sarà tutt’altro che semplice recuperare lo svantaggio, a maggior ragione considerando che servirà anche la maggioranza dei Cantoni (l’asticella da superare sarà ancora più alta). In secondo luogo perché la proposta non troverebbe una maggioranza nell’elettorato di nessun partito, nemmeno fra quelli che la sostengono apertamente: Centro, Verdi e socialisti. Detto in modo un po’ sbrigativo, la fattura è arrivata e il destinatario la contesta.
La sorpresa, comunque, è relativa. Già in febbraio, un’indagine demoscopica pubblicata dal Blick aveva mostrato che si profilava la classica partenza ad handicap per chi voleva ritoccare l’IVA per finanziare l’AVS. A sinistra, nonostante l’appoggio ufficiale del PS e dell’Unione sindacale, la misura è lungi dal fare l’unanimità. I giovani socialisti si oppongono, così come la sezione ginevrina del partito e il sindacato dei servizi pubblici VPOD.
Le ragioni del no indicate nel sondaggio Tamedia sono essenzialmente due: la diminuzione del potere d’acquisto, in un periodo già segnato dagli aumenti dei premi di cassa malati e degli affitti, e la convinzione che la nuova rendita di vecchiaia possa essere pagata senza ricorrere alla leva fiscale. Si può ipotizzare che anche le circostanze politiche in cui tutto è maturato non abbiano aiutato la causa. L’aumento dell’IVA è una soluzione minima di ripiego, un compromesso fragile e rocambolesco che non accontenta nessuno. È il risultato di un lungo braccio di ferro fra chi avrebbe voluto intervenire anche sui prelievi salariali e chi era disposto ad accettare un finanziamento temporaneo limitato all’IVA, in attesa di affrontare tra qualche anno una riforma strutturale del primo pilastro. Oltretutto, quello in votazione è solo un rimedio parziale, perché tra leggera maggiorazione dell’IVA e aumento automatico del contributo federale si riuscirà a finanziare sì e no la metà della 13. mensilità, che avrà un costo iniziale di oltre 4 miliardi di franchi all’anno. Il resto andrà a carico del Fondo di compensazione AVS, che in mancanza di alternative in tempi ragionevoli rischierà una continua erosione, con possibili gravi conseguenze per la tenuta stessa del primo pilastro.
Siamo comunque al paradosso: nel 2024, la sinistra, per esigenze di marketing politico, aveva fatto credere agli elettori che la 13. AVS sarebbe stata finanziata senza problemi grazie alla buona dotazione del Fondo e che solo dopo diversi anni si sarebbe reso necessario un aumento dei prelievi. Ma ora che il nodo del finanziamento è venuto al pettine è la prima a sostenere la necessità di metterci subito una pezza per il bene dell’AVS e per non dare modo agli avversari politici di invocare, un domani, l’aumento dell’età pensionabile per far quadrare i conti. Viceversa, chi due anni fa contestava la mancanza di chiare proposte di finanziamento, ora che sul tappeto c’è una soluzione, seppur raffazzonata, dice che bisogna smetterla di chiedere nuovi prelievi, dannosi per i consumatori e per l’economia.
L’aumento dell’IVA, in realtà, torna utile a tanti. A cominciare dall’alleanza di centrosinistra che ha bisogno di un minimo di stabilità nell’AVS per espanderne le prestazioni. Fino a quegli ambienti economici che – facendo arrabbiare il PLR – non si uniscono alla battaglia contro l’aumento dell’IVA, perché vedono nella proposta in votazione un’alternativa a misure più radicali come l’aumento dei contributi salariali, un’imposta patrimoniale o un’imposta sulle transazioni finanziarie. Di fatto, il sondaggio sta dando ragione a chi a sinistra (l’ala dissidente) e a destra (UDC e PLR), per motivi opposti, si oppone a rincari fiscali.
Di certo, ad oggi, ci sono solo due cose: che in dicembre la 13. AVS sarà regolarmente pagata a 2,6 milioni di pensionati e che per i primi due anni la fattura andrà direttamente a carico del Fondo. Fra un mese e mezzo spetterà al popolo dire che cosa fare dal 2028. Un sì indicherebbe la volontà di finanziare il prima possibile l’AVS e di continuare con i metodi tradizionali, previsti anche dalle poco ambiziose linee direttrici della riforma 2030. Un no, per contro, suonerebbe come una bocciatura di questa linea e un’esortazione a cambiare rotta. Resterà da capire come: se continuando a spremere il Fondo (ma il conto poi arriverà e sarà salatissimo), se attuando risparmi nel bilancio federale, oppure con misure strutturali, quali l’età pensionabile. Come trovare le necessarie maggioranze sarà un altro discorso.
