L'editoriale

Via Orban ma per l'Ue le sfide restano

Dopo il risultato emerso domenica dalle urne, con la netta vittoria del leader dell’opposizione ungherese Peter Magyar su Viktor Orbán, Bruxelles spera in un rapido riavvicinamento di Budapest ai valori democratici su cui è fondato il processo d’integrazione europea, ma la via non sarà priva di ostacoli
©Denes Erdos
Osvaldo Migotto
14.04.2026 06:00

Con la netta vittoria del leader dell’opposizione ungherese Peter Magyar alle elezioni legislative di domenica, esulta la maggioranza del popolo magiaro, si compiacciono i vertici dell'UE e anche molti leader politici europei. In gioco, infatti, non vi era solo il destino del Paese dell'est guidato per sedici anni dal premier filorusso Orban con metodi sempre più liberticidi, ma anche la compattezza dell’Unione europea. Il premier uscente, come si ricorderà, ha usato a più riprese il diritto di veto nei confronti di cruciali decisioni dell’UE, bloccando ad esempio le sanzioni nei confronti della Russia in risposta all’aggressione armata contro l’Ucraina, oppure i pacchetti di sostegno a Kiev.  Domenica sera Orban per una volta ha fatto la cosa giusta, riconoscendo in tempi brevi la sua sconfitta elettorale, ma ha comunque lasciato una pessima eredità al suo Paese e anche al Club di Bruxelles. Va infatti ricordato che il modo d’agire illiberale del Governo uscente è costato all’Ungheria il congelamento di fondi europei per un totale di circa 18 miliardi di euro. Un vero tesoro per un Paese la cui economia viaggia da tempo in cattive acque.  Sul fronte europeo l'uscita di scena di Orban dovrebbe permettere ai Ventisette di ricompattarsi e trovare più facilmente un’unità di intenti in un periodo in cui le gravi tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno destabilizzando l’economia mondiale e quindi anche la crescita e l’occupazione nei Paesi UE. Non stupisce quindi che la presidente della Commissione europea domenica sia stata tra i primi a congratularsi con Peter Magyar, leader del partito ungherese Tisza, per la sua schiacciante vittoria elettorale. Il sollievo del Club di Bruxelles per tale svolta è comprensibile, considerato che il Governo Orban ha rappresentato per anni la quinta colonna di Mosca nell’UE. La Russia, come è stato reso noto recentemente, ha potuto conoscere nei dettagli delicate decisioni dei vertici UE proprio grazie alle soffiate ricevute da alti funzionari dell’Esecutivo magiaro attivi nelle istituzioni europee.  Sarebbe però illusorio credere che la cacciata, a suon di voti, di Orban basterà da sola a risolvere tutti i problemi con cui Ungheria e Club dei Ventisette sono attualmente confrontati. Nei 16 anni trascorsi al potere a Budapest, il premier uscente ha piazzato i suoi uomini nei posti chiave delle istituzioni e ha messo il bavaglio sui media indipendenti. Ammonito a più riprese dai vertici europei per le picconate inflitte al sistema democratico ungherese, Orban ha proseguito imperterrito per la sua strada che ha spinto il Paese ad assomigliare sempre di più, in fatto di autoritarismo, alla Russia di Putin. Ora Bruxelles spera in un rapido riavvicinamento di Budapest ai valori democratici su cui è fondato il processo d’integrazione europea, ma la via non sarà priva di ostacoli. Innanzitutto il nuovo premier Magyar dovrà fare i conti con il presidente Tamas Sulyok, vicino al partito di Orban. Poi, forte della maggioranza assoluta in Parlamento, Magyar dovrà iniziare a smantellare i feudi instaurati dall’Esecutivo uscente nelle principali istituzioni del Paese. E, soprattutto, dovrà mostrare di saper combattere quella corruzione presente nel Paese, contro cui si è scagliato a più riprese nel corso della campagna elettorale. Sull’Ungheria resterà dunque lo sguardo vigile dei vertici UE che, si spera, riapriranno il flusso dei fondi europei verso il Paese dell’est solo una volta constatato il ripristino del rispetto delle leggi europee da parte del nuovo Governo magiaro. Non va infine dimenticato che la caduta di Orban non basterà a neutralizzare i temibili partiti di estrema destra sempre più presenti in diversi altri Paesi UE, dalla piccola Slovacchia alla grande Germania.