Opinione

Feudalesimo: l'Europa post-americana dopo Davos

L'opinione del geopolitico Enzo Sossi
©Adrian Wyld
Red. Online
04.02.2026 17:46

L'Unione Europea è ricca di valori, regole e istituzioni, ma povera, allo stesso tempo, di potere effettivo. Il rischio è per l'UE di scivolare, senza ammetterlo, in una forma di feudalesimo globale. Il sistema internazionale che emerge dalla crisi della globalizzazione liberale non assomiglia a un mondo multipolare ordinato, ma a una mappa di relazioni gerarchiche. Pochi centri di potere - Stati Uniti e Cina - che distribuiscono accesso a sicurezza, tecnologia, IA, digitale, energia e capitali. L'UE, spesso, negozia. Nel suo recente intervento a Davos, in Svizzera, il premier canadese Mark Carney ha colto con lucidità questa trasformazione: «non stiamo assistendo a un ritorno del protezionismo classico, ma alla nascita di un ordine fondato su dipendenze strutturali.

Un ordine in cui l'autonomia non è più un diritto, ma una concessione temporanea dove il più forte prende ciò che vuole e la geopolitica multilaterale viene messa in un cassetto». Carney continua nel suo discorso a Davos, in cui esorta i leader mondiali ad opporsi a Trump, ed è diventato virale e ha suscitato un rapido rimprovero da parte della Casa Bianca e minacce di nuovi dazi. Per l'UE il rischio è duplice. Da un lato, diventare vassallo tecnologico, affidando infrastrutture critiche - dai data center all'IA, dalle reti energetiche alla difesa - a decisioni prese altrove. Dall'altro, ridursi a spazio regolatorio: forte nel produrre norme, debole nel sostenerle e mantenerle  con la forza economica, industriale e di politica comune europea necessaria. Il feudalesimo, ieri come oggi, non si fonda sull'assenza di leggi, ma sulla loro applicazione diseguale tra il più forte e il più debole. Tra chi controlla le risorse chiave e detta le condizioni, e chi ne dipende e le accetta in nome della stabilità. L'UE conosce questa dinamica. La guerra in Ucraina rappresenta lo spartiacque. Dimostra, insieme, la nostra forza morale e la nostra vulnerabilità. Senza l'ombrello militare USA e senza le forniture esterne, molte delle nostre certezze si sono rivelate fragili. Da qui, il dibattito focalizzato sull'autonomia strategica è più centrale che mai.

Purtroppo, vi è Il rischio che resti una formula, più che un progetto. Carney ha parlato di una possibile «regressione civile» nelle democrazie: un mondo in cui la tecnologia avanza più rapidamente della capacità politica di governarla. Il cittadino europeo resta titolare di diritti estesi, ma vede restringersi la capacità di incidere sugli equilibri globali. È una cittadinanza formalmente piena, sostanzialmente condizionata. La politica estera dell'UE tende ad essere amministrazione della dipendenza. Si difende l'ordine multilaterale, ma si accettano eccezioni. Si invoca la sovranità, ma si rinvia la scelta di investire davvero in difesa comune, industria, innovazione, nello spazio. Una prudenza che rassicura nel breve periodo, ma che rischia di consolidare una posizione subordinata nel lungo. Il nuovo feudalesimo non chiede fedeltà ideologica, ma adattamento continuo. Non conquista territori, ma eco sistemi.

L'UE dovrebbe fare ciò che le è più difficile cioè: accettare il conflitto politico interno come prezzo di unità esterna. Decidere chi paga, chi beneficia, chi guida. Tuttavia, la domanda non è se l'UE voglia restare fedele ai propri valori, ma se siamo disposti a dotarci del potere necessario per difenderli. In un mondo di feudi globali, la neutralità non esiste. La mancanza di scelta è già una scelta. In conclusione, per i Paesi europei il rafforzamento della casa comune deve avere la massima priorità. Il vuoto di valori e di regole condivise nel sistema internazionale e nella geopolitica ci offre l'opportunità di evolvere in una grande potenza. L'alternativa è sopravvivere come vasi di coccio, in modi formalmente sovrani, ma di fatto vassalli in concorrenza tra noi per la benevolenza di un qualche imperatore.