Il ponte-diga

Fra Roberto Fecit

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
27.03.2025 06:00

La diatriba che sta al centro della trama del Nome della rosa, il fortunatissimo libro di Umberto Eco uscito nel 1980 e divenuto un film nel 1986, con Sean Connery e Christian Slater nelle parti principali, è se Gesù abbia mai riso in vita sua. Per quasi cinquecento pagine frati di diversi ordini e sensibilità si scannano (letteralmente) attorno a questa questione, all’ombra dell’oscura abbazia ispirata dalla Sacra di San Michele, offrendo un’immagine del Medioevo litigiosa e terribile, non priva di anacronismi e semplificazioni.

Anche per queste ragioni, il libro non piaceva troppo a padre Giovanni Pozzi, che pure in qualche misura si era riconosciuto nella barba e nel saio di Guglielmo da Baskerville.

Fosse ancora vivo, gli chiederei se è vera la diceria secondo la quale Eco si sarebbe ispirato a lui, per il frate semiologo e detective... Fosse vivo Eco, invece, lo manderei a Canobbio a fare una passeggiata in piazza San Siro, per ammirare il Volto di Gesù che campeggia dal 2003 sopra l’ingresso della chiesa parrocchiale, opera di un altro cappuccino ticinese, fra Roberto Pasotti. Se lo si guarda strizzando un po’ gli occhi, sembra un gigantesco emoticon sorridente che manda in pensione tutte le turbe intellettuali e le banalizzazioni di cui sopra.

Il rapporto di fra Roberto con la comunità di Canobbio è di lunga data: rimonta fino al 1964, quando nell’ambito del restauro della chiesa seicentesca il parroco don Luigi Fumasoli e l’architetto Alberto Finzi chiesero al giovane artista cappuccino, allora poco più che trentenne, di intervenire in alcuni punti. Non fu decisione priva di coraggio: si trattava di dare credito a un artista sì già affermato (nei conventi cappuccini di Faido e di Wil, nella cappella della clinica Hildebrand di Brissago e nel restauro di San Carlo in via Nassa), ma in una certa misura anche provocatorio, pienamente inserito nel rinnovamento dell’arte liturgica che aveva preso le mosse proprio in quegli anni, gli stessi del Concilio Vaticano II. Il cantiere di San Siro si completò così con un dipinto murale all’uovo raffigurante Sant’Antonio che predica ai pesci, e con alcune vetrate dietro l’altare. Già la scelta delle due tecniche compositive diceva tutto dell’artista, al contempo tradizionalista e aperto al nuovo, dietro il quale stavano maestri come Filippo Boldini (per la pittura) e Hans Stocker (per l’arte vetraria).

Consapevole di avere in casa alcuni gioielli, il Comune di Canobbio ha inaugurato negli scorsi giorni una mostra di fra Roberto che, con una parola oggi molto di moda, si potrebbe definire «diffusa», cioè sparsa sul territorio: oltre alle testimonianze già presenti nelle piazze, nella chiesa e in alcuni edifici pubblici e privati (ad esempio il soffitto a volta dell’Hostaria del Pozzo), si potranno così ammirare fino al 18 maggio alcuni oli e pastelli negli spazi allestiti ex novo della Sala parrocchiale e della Vetrina artistica di Piazza Colombaro. Per chiudere magari il giro, per chi vuole, nella cappella della nuova casa per anziani, davanti alla recentissima Cena di Emmaus.

Il caso di Canobbio è significativo – fin troppo – della diffusione e della capillarità dell’arte di fra Roberto su tutto il territorio ticinese. Un’arte che da Faido prima, e da Bigorio poi, si è irraggiata fin nelle valli più recondite della Svizzera italiana e oltre. Nel mio piccolo, sono cresciuto anch’io all’ombra (o meglio alla luce) delle sue vetrate, quelle di San Giuseppe ad Arbedo, con tanto di firma dell’artista posta in un angolino: «FRA ROBERTO FECIT». Per anni mi sono chiesto che razza di cognome fosse questo Fecit, certo non un patrizio di Bellinzona o di Giubiasco. Per fortuna poi, crescendo, ho studiato un po’ di latino e mi si è finalmente svelato l’arcano... Non oso immaginare lo sguardo di padre Pozzi se venisse a conoscenza della mia giovanile ignoranza. Gesù, invece, ne sorriderebbe.